Quando troviamo una fotografia che ci piace su Instagram, il gesto più immediato è quasi automatico: mettiamo like e continuiamo a scorrere.
Ma se invece ci fermassimo?
Il 3 settembre Amateur Photographer ha pubblicato una selezione di fotografi emergenti da seguire su Instagram, attraversando generi molto diversi: street, ritratto, wildlife, documentario, musica e sport. L’aspetto interessante non è soltanto la selezione in sé, ma il fatto che per ogni autore venga raccontato anche il percorso, le influenze, il modo di lavorare e il linguaggio che sta costruendo.
Guardare una fotografia è diverso dal guardare un autore.
Una singola fotografia può colpirci per la luce, per il soggetto, per un momento particolare o semplicemente perché incontra il nostro gusto.
Ma una sola fotografia ci dice ancora poco sul modo in cui un fotografo vede il mondo.
Per capire qualcosa di più serve guardare una sequenza di immagini.
Ed è proprio qui che, secondo me, Instagram può diventare interessante anche come strumento di educazione visiva.

Un esercizio molto semplice: 20 fotografie
La prossima volta che trovate un fotografo che vi interessa, provate a non fermarvi alla singola immagine.
Aprite il profilo e guardate almeno venti fotografie consecutive.
Non serve analizzarle in modo accademico. Basta osservare ciò che ritorna.
La luce è sempre simile? Il fotografo tende ad avvicinarsi molto oppure mantiene distanza? Usa spesso il bianco e nero? Cerca geometrie? Persone isolate? Scene affollate? Spazio negativo? Momenti spontanei? Un certo tipo di colore?
Poi provate a scrivere tre caratteristiche che avete notato.
È un esercizio semplice, ma costringe a smettere di consumare fotografie una dopo l’altra e iniziare invece a leggerle.
La domanda più interessante: lo riconosceresti senza il nome?
Secondo me questa è una delle domande più utili che possiamo farci osservando il lavoro di un autore:
riuscirei a riconoscere una sua fotografia senza vedere il nome?
Non significa che ogni immagine debba essere uguale alla precedente. Anzi, il rischio sarebbe proprio quello di trasformare uno stile in una formula.
Ma quando dentro fotografie diverse riconosciamo una stessa sensibilità, un modo ricorrente di usare la luce, lo spazio, la distanza o il momento, allora iniziamo a percepire qualcosa che assomiglia a un linguaggio.

Instagram come archivio, non soltanto come vetrina.
Parliamo spesso dei social in termini di visibilità, numeri, algoritmo e performance.
Ma possiamo usarli anche in un altro modo.
Instagram contiene una quantità enorme di fotografia contemporanea. Fotografi affermati, emergenti, studenti, professionisti, autori che lavorano in generi completamente diversi dal nostro.
Il problema non è quindi la mancanza di immagini.
Semmai è la velocità con cui le attraversiamo.
Vedere più fotografie non significa necessariamente conoscere meglio la fotografia.
A volte può essere molto più utile vedere meno immagini, ma dedicarci più tempo.
Guardare gli altri per capire meglio noi stessi.
Studiare il lavoro degli altri non significa copiarlo.
Significa capire perché alcune immagini ci attirano e altre no. Significa riconoscere soluzioni visive, capire come un fotografo costruisce una serie e, soprattutto, iniziare a distinguere ciò che ci interessa davvero.
Alla fine l’esercizio torna inevitabilmente su di noi.
Se guardassimo venti nostre fotografie consecutive, quali elementi ritornerebbero?
E qualcuno riuscirebbe a riconoscerle come nostre senza leggere il nome?
Forse è proprio questa una delle funzioni più interessanti dell’educazione visiva: non insegnarci soltanto a guardare meglio le fotografie degli altri, ma aiutarci lentamente a capire come vogliamo fotografare noi.
Voi quando trovate un fotografo interessante sui social vi fermate a una singola immagine oppure andate a vedere il resto del suo lavoro?
Un caro saluto
Leonardo
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