Un archivio invisibile fatto di tentativi
Sbagliare in fotografia.
Ci sono giornate in cui esco con la fotocamera e scatto per ore.
Torno a casa, scarico tutto, e mi rendo conto che non c’è nulla di interessante. Nessuna immagine che mi rappresenti davvero.
Eppure, non provo frustrazione. Perché so che anche quelle fotografie, sbagliate, confuse, insignificanti, hanno un senso.
Sono parte del mio cammino. Sono passaggi che magari non mostrerò a nessuno, ma che mi aiutano a crescere.
E trovo meraviglioso che sbagliare in fotografia possa restare invisibile.
Che ci sia uno spazio in cui possiamo fallire, esplorare, tentare, senza dover dare spiegazioni a nessuno.

La libertà di non dover mostrare tutto
Viviamo un’epoca in cui sembra quasi doveroso condividere ogni cosa.
Ma non tutto ha bisogno di essere pubblicato. Alcune immagini parlano solo a me.
Sbagliare in fotografia significa fare tentativi, segnare appunti, lasciare domande ancora aperte.
Immagini che non sono pensate per “funzionare” sui social, ma per accompagnarmi nel mio percorso.
E non c’è nulla di sbagliato in questo. Certe fotografie sbagliate servono solo a chi le scatta.
E questo valore personale, silenzioso, è spesso il più profondo.

Tra condivisione e riservatezza
A volte mi trovo combattuto.
Da una parte c’è il fotografo che vuole proteggere il proprio processo creativo, che sente il bisogno di custodire ciò che non è ancora maturo.
Dall’altra, c’è il desiderio di restituire, di condividere il cammino fatto, anche quando è stato incerto o pieno di errori.
Perché la verità è che tutti, anche i più grandi, hanno attraversato fasi di incertezza.
Hanno prodotto immagini che non vedremo mai, ma che sono state necessarie per arrivare a quelle che ci fanno emozionare.
Quindi sbagliare in fotografia è lecito, rigenerante e utile.

L’illusione della perfezione
Spesso ci lasciamo ingannare dai risultati altrui, come se esistesse una creatività priva di inciampi.
Ma dietro ogni buona fotografia ci sono decine di scatti che non hanno funzionato. Momenti di dubbio. Idee che non hanno trovato la loro forma.
Accettare questo fa parte del processo. Non per giustificarsi, ma per ricordarsi che anche la mediocrità è un passaggio importante.
Serve tempo, costanza, pazienza.
Serve lasciarsi spazio.

Un invito a concedersi spazio
Non dobbiamo essere brillanti ogni volta. Non dobbiamo piacere sempre, riuscire sempre.
Abbiamo il diritto di essere incerti, di realizzare fotografie sbagliate, di tentare e riprovare.
Abbiamo il diritto di cercare senza trovare subito.
Per me, la fotografia è fatta anche di questo: di cammini che non portano subito da nessuna parte, ma che comunque ti cambiano.
Di silenzi creativi.
Di giorni in cui scatti senza capire bene perché.
E se ti capita, non scoraggiarti.
Fa parte del gioco. Anzi: è lì che si forma davvero lo sguardo.

Tabella riepilogativa
| Tema | Sintesi |
|---|---|
| Sbagliare senza testimoni | Libertà creativa senza pressioni o aspettative |
| Non tutto va condiviso | Alcune immagini sono solo tappe intime del percorso personale |
| Il dubbio del condividere | Raccontare anche il processo può creare connessione e ispirazione |
| Tutti sbagliano, anche i grandi | Le immagini riuscite nascono da tanti tentativi falliti |
| Concedersi tempo e libertà | Crescere creativamente richiede pazienza, esplorazione e fiducia |
Conclusione
In un tempo in cui tutto deve essere visibile, immediato, perfetto, scegliere di custodire i propri errori, i propri tentativi, diventa quasi un atto di resistenza.
La fotografia ci offre questo spazio raro: un laboratorio silenzioso dove ogni scatto, anche il più sbagliato, ha valore perché ci avvicina un po’ di più a noi stessi.
Non dobbiamo temere l’imperfezione. Anzi, è lì che spesso si nasconde ciò che siamo davvero.
Concedersi il diritto di sbagliare non è un cedimento: è un modo onesto di restare in dialogo con la propria creatività.
E forse, proprio da quegli scatti invisibili, nasce il nostro sguardo più autentico.
E tu, ti concedi mai il permesso di sbagliare?
Un abbraccio,
Leo

Articolo molto molto “strano”!
“Strano” e “inquietante”.
Un articolo che dettaglia affermazioni che contengono, già in sé stesse, l’esatto contrario.
Tu scrivi:
“Ci sono giornate in cui esco con la fotocamera e scatto per ore.Torno a casa, scarico tutto e mi rendo conto che non c’è nulla di interessante”
Ora, va benissimo sperimentare, cercare la propria via, sbagliare per consolidare consapevolezze e per crescere fotograficamente, tutto fa parte di un processo, che come tu stesso giustamente dici, è necessario, anzi indispensabile e che ognuno deve portare avanti…
…ma c’è anche l’ altra faccia della medaglia…si può anche scattare con più attenzione, meditando con consapevolezza…si può anche tornare a casa dopo ore con solo 4 immagini invece che con 400…e ti assicuro che si cresce fotograficamente anche così, si stratificato consapevolezze anche così…anzi, forse anche di più!
Poi scrivi:
“E trovo meraviglioso che sbagliare in fotografia possa restare invisibile”
Io ti rispondo:
Anche fare grandissime fotografie, interessanti, profonde ed emozionanti può restare invisibile!
Quindi? Non è obbligatorio fare vedere le proprie fotografie… né quelle “sbagliate”, né quelle “eccezionali”, non credi?
Subito dopo affermi:
“Che ci sia uno spazio in cui possiamo fallire, esplorare, tentare, senza dover dare spiegazioni a nessuno”
Io ti rispondo, e ti domando:
Ma perché? Nello spazio in cui non falliamo, in cui produciamo fotografie buone, profonde, interessanti ed emozionanti, dobbiamo render conto a qualcuno? Dobbiamo dare spiegazioni a qualcuno? Qui stiamo parlando di chi fotografa per passione, mica per professione…non c’è mica un committente! Non è così?
Ancora scrivi:
“La libertà di non dover mostrare tutto”
Risposta e domanda:
Ma perché? Abbiamo l’obbligo di mostrare qualcosa a qualcuno?
Subito dopo:
“Viviamo un’epoca in cui sembra quasi doveroso condividere ogni cosa”
Risposta e domanda:
Ma questo chi te lo ha detto Leonardo?
Chi te le racconta queste cose?
Di certo, per un’affermazione come questa spero proprio che tu non ti basi su quello che vedi sui social…dove in molti non fanno altro che postare immagini per soddisfare l’algoritmo, alla spasmodica ricerca di “likes” e “followers”, con il disperato desiderio di ammantarsi di “vana gloria”… spero proprio che tu non abbia usato un metro così “superficiale”… perché per fortuna ci sono altrettante migliaia e migliaia di persone che fanno fotografia motivazioni e scopi ben diversi, e che non si vedono affatto sui social.
Ancora immediatamente dopo:
“Ma non tutto ha bisogno di essere pubblicato”
NON TUTTO?
Ma perché? Che cos’è che ha bisogno di essere pubblicato? Non scherziamo!
Infine scrivi:
“Non dobbiamo piacere sempre”
Risposta e domanda:
Ma perché tu fotografi per piacere agli altri?
Tu pensi che si fa Fotografia per la compiacenza altrui?
Scusa Leonardo ma in attesa delle tue risposte a ciascuna di queste domande, devo dirti che ho trovato questo tuo articolo davvero “inquietante”; perché…
… da una parte pone l’accento su un fatto scontato e lo enuncia come se si scoprisse “l’acqua calda”, perché è logico che tutti hanno sbagliato, sbagliano, e sbaglieranno nel loro percorso fotografico, nel loro processo evolutivo…e questo servirà ad ognuno proprio per migliorarsi, per evolversi, per stratificare consapevolezze, e tutti quegli errori gli saranno utilissimi…tutti sbagliano in fotografia, come tutti in ogni campo… concetto davvero “lapalissiano”, pertanto non me lo riproporre in risposta…
…e dall’altra parte enuncia, insegue, abbraccia, giustifica, avalla e afferma tutta una serie di “tesi sbagliate”, “luoghi comuni”, “generalizzazioni” e fantasiose”teorizzazioni” che non solo solo “inquietanti” ma che non hanno alcuna ragione di essere, e che mettono in serio dubbio perfino il “perché tu faccia fotografia”.
Caro Walter,
sai quanto apprezzo sempre le tue riflessioni, perché non partono mai da un giudizio ma da un desiderio autentico di scambio. E anche stavolta colpisci nel segno, perché quello che dici è vero: si può (e forse si dovrebbe) anche scattare meno, con più attenzione, più consapevolezza, più presenza.
Nel mio caso, però, non sto parlando di una scelta tecnica, ma quasi di una condizione emotiva. Ci sono giornate in cui scatto molto non per accumulare immagini, ma per liberarmi da un blocco, da un’inquietudine, o semplicemente per cercare qualcosa senza sapere bene cosa. Non sempre si ha la lucidità per meditare ogni scatto. A volte si ha solo il bisogno di mettersi in cammino.
Quelle giornate non portano risultati “buoni”, ma portano comunque qualcosa. E quel qualcosa, spesso, lo scopro solo dopo. È un modo diverso — non migliore — di ascoltarsi.
Sono d’accordo con te: anche la disciplina del “poco ma sentito” è una grande scuola. E forse, il punto sta proprio lì: nel trovare il proprio equilibrio tra il gesto istintivo e quello consapevole.
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“Anche fare grandissime fotografie, interessanti, profonde ed emozionanti può restare invisibile!
Quindi? Non è obbligatorio fare vedere le proprie fotografie… né quelle “sbagliate”, né quelle “eccezionali”, non credi?”
Hai ragione, Walter.
Anche le fotografie più forti, più riuscite, più cariche di significato possono restare invisibili. E forse è proprio questo che rende la fotografia un linguaggio così affascinante: non ha bisogno per forza di un pubblico per esistere.
Nel mio articolo non intendevo dire che mostrare è necessario, ma che non mostrare — e quindi sbagliare nel proprio spazio intimo — è un privilegio. Un’opportunità che molte altre forme espressive non concedono con la stessa discrezione.
Non tutto va condiviso, né il bello né il brutto.
Ma sentire di avere il diritto di tenere per sé i propri tentativi — e anche i propri successi — è liberatorio. Non perché bisogna nascondere, ma perché si può scegliere. E in quell’intervallo tra il creare e il mostrare, spesso, si cresce davvero.
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“Ma perché? Nello spazio in cui non falliamo, in cui produciamo fotografie buone, profonde, interessanti ed emozionanti, dobbiamo render conto a qualcuno? Dobbiamo dare spiegazioni a qualcuno? Qui stiamo parlando di chi fotografa per passione, mica per professione…non c’è mica un committente! Non è così?”
È una domanda giustissima, Walter. E no, non credo che nemmeno quando facciamo una foto “riuscita” dobbiamo render conto a qualcuno — almeno finché, come dici tu, fotografiamo per passione e non per mestiere.
La frase che hai citato, però, nasce da un bisogno diverso: non quello di giustificarsi con qualcuno, ma quello di potersi permettere il tentativo. Di avere uno spazio mentale e creativo in cui ci si sente liberi di fallire, senza la voce interna che ti dice: “devi ottenere qualcosa”, “deve venire bene”, “deve avere senso”.
In fondo non è nemmeno una questione di pubblico esterno, ma di pressione interiore.
Quello che sto cercando di dire è che per me è importante sapere di poter “provare” senza aspettative. È lì che si apre il margine dell’esplorazione vera. Anche se poi, come dici tu, non c’è davvero nessuno che ci chiede spiegazioni — a parte noi stessi.
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“La libertà di non dover mostrare tutto”
Risposta e domanda:
Ma perché? Abbiamo l’obbligo di mostrare qualcosa a qualcuno?
No, non abbiamo nessun obbligo. Ed è proprio questo il punto.
Viviamo in un tempo in cui sembra che tutto debba essere condiviso: ogni foto, ogni pensiero, ogni frammento del processo creativo. È un’abitudine più culturale che reale, ma rischia di diventare una pressione silenziosa, quasi automatica.
Quando scrivo “la libertà di non dover mostrare tutto”, intendo proprio questo: la libertà di scegliere cosa tenere per sé e cosa no, senza sentirsi in dovere di dimostrare qualcosa.
Non è un obbligo imposto da qualcuno, ma una sensazione che a volte si insinua: quella di dover essere visibili per esistere.
Rivendicare il diritto a non mostrare tutto, anche nel momento in cui si potrebbe, è per me una forma di rispetto verso il proprio percorso. Non è un rifiuto della condivisione, ma un atto di cura.
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“Viviamo un’epoca in cui sembra quasi doveroso condividere ogni cosa”
Risposta e domanda:
Ma questo chi te lo ha detto Leonardo?
Chi te le racconta queste cose?
Di certo, per un’affermazione come questa spero proprio che tu non ti basi su quello che vedi sui social…dove in molti non fanno altro che postare immagini per soddisfare l’algoritmo, alla spasmodica ricerca di “likes” e “followers”, con il disperato desiderio di ammantarsi di “vana gloria”… spero proprio che tu non abbia usato un metro così “superficiale”… perché per fortuna ci sono altrettante migliaia e migliaia di persone che fanno fotografia motivazioni e scopi ben diversi, e che non si vedono affatto sui social.
Hai ragione, Walter. E lo dico senza girarci intorno.
La mia frase è volutamente provocatoria, perché parte da una sensazione che vedo — sì — soprattutto nei social, ma che va oltre il like o l’algoritmo. È qualcosa che riguarda anche il nostro tempo, il nostro modo di comunicare, e perfino il nostro modo di creare.
Non intendo dire che tutti siano schiavi della condivisione. So benissimo che ci sono migliaia di fotografi che lavorano con coerenza, lentezza, profondità — e molti di loro non li trovi affatto online.
Quello che volevo mettere in evidenza è il “rumore di fondo” che sento attorno a me. Una spinta costante — a volte silenziosa, altre volte martellante — che ti porta a chiederti se stai pubblicando abbastanza, se stai mostrando abbastanza, se stai “esistendo” nel modo giusto agli occhi degli altri.
Forse non è una realtà oggettiva, ma è un clima, un’energia che percepisco. E come sempre, il mio articolo nasce da lì: non dalla statistica, ma da quello che vivo io, da dentro.
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“Ma non tutto ha bisogno di essere pubblicato”
NON TUTTO?
Ma perché? Che cos’è che ha bisogno di essere pubblicato? Non scherziamo!
Hai ragione a essere così netto, Walter — e forse è proprio questo che mi serve per chiarire meglio cosa intendevo.
Scrivendo “non tutto ha bisogno di essere pubblicato” non volevo dire che qualcosa debba esserlo. Anzi, al contrario. Volevo semplicemente sottolineare che oggi si tende a confondere la produzione con la condivisione, come se ogni scatto realizzato meritasse automaticamente uno spazio pubblico.
Ma io credo che ci siano immagini che, per quanto significative per me, non sento l’urgenza di mostrare. E che la scelta di non pubblicarle sia legittima, non perché “non valgano”, ma perché hanno un ruolo diverso: esistono per accompagnarmi, non per essere esposte.
Quindi no, non credo ci sia niente che abbia bisogno di essere pubblicato per forza. Ma proprio per questo, è importante ricordarsi che si può scegliere. E che questa libertà — mostrare o non mostrare — ha un valore enorme.
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“Non dobbiamo piacere sempre”
Risposta e domanda:
Ma perché tu fotografi per piacere agli altri?
Tu pensi che si fa Fotografia per la compiacenza altrui?
No, Walter, non fotografo per piacere agli altri. E non credo affatto che la fotografia debba nascere dalla compiacenza.
Quando dico “non dobbiamo piacere sempre” non mi riferisco al fatto che si debba creare per gli altri. Parlo piuttosto di quella vocina interiore — a volte subdola, a volte fortissima — che ci fa dubitare del valore di una foto se non immaginiamo qualcuno là fuori che potrebbe apprezzarla.
Non è una scelta razionale, ma un condizionamento che può insinuarsi, soprattutto quando ci si confronta spesso con uno sguardo esterno, anche solo ipotetico.
Quella frase voleva essere un promemoria per me stesso: ricordarmi che non devo cercare il consenso, che posso scattare anche solo per esplorare, per capire, per stare dentro a un processo che magari non porterà mai a una foto “bella” o “apprezzabile”.
Perché, in fondo, fotografare non è sempre un atto da mostrare. A volte è un atto per restare in contatto con sé.
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Scusa Leonardo ma in attesa delle tue risposte a ciascuna di queste domande, devo dirti che ho trovato questo tuo articolo davvero “inquietante”; perché…
Caro Walter,
ti ringrazio sinceramente per la franchezza, perché è raro oggi avere qualcuno che non si limita ad annuire, ma che si prende il tempo di entrare così a fondo nelle parole di un altro. E soprattutto: non mi offende il tuo “inquietante” — lo accolgo come uno scossone, forse necessario.
Hai ragione quando dici che sbagliare fa parte del processo ed è un concetto “lapalissiano”. Lo è. E non lo nego affatto. Ma a volte le cose più ovvie sono anche quelle che sentiamo il bisogno di riscoprire. Io non scrivo per insegnare nulla a nessuno — scrivo per cercare di capire meglio me stesso. E questo articolo è nato così: da un momento personale, non da una teoria.
Non penso che la fotografia debba essere giustificata, né che vada protetta da chissà quali generalizzazioni. Ma credo che oggi — tra pressioni più o meno visibili, modelli da imitare, aspettative implicite — ci siano tanti fotografi (anche appassionati, anche coerenti) che si sentono smarriti se non riescono sempre a “funzionare”.
Io non credo di aver scritto tesi universali. Ho scritto di me, di quello che provo quando torno a casa con 300 foto che non mi convincono. Non per compiacermi, né per cercare scuse, ma per dire: succede anche a me, e forse va bene così.
Se questo ti ha dato l’impressione che io stia mettendo in discussione il senso del mio fare fotografia, ti dico con sincerità che non è così. Scrivo perché la fotografia per me è un dialogo continuo, anche con le sue contraddizioni. E perché a volte un dubbio condiviso può fare più bene di una certezza proclamata.
Spero d’aver risposto più o meno a tutto. Come sempre non posso far altro che ringraziarti per tutte queste riflessioni, per me spunti di crescita continua. E ne approfitto anche per ringraziarti dell’enorme piacere che mi hai fatto, venendo alla mostra e commentando con estrema e sempre gradita franchezza e competenza tutte le immagini stampate.
Un abbraccio
Leonardo
Allora Leonardo, devo dire che (come sempre) mi piace il tuo approccio alla risposta, perché denota umiltà, desidero di mettersi in discussione, di apprendere, o comunque di migliorare, perfezionarsi…non solo fotograficamente, ma anche come colui che scrive in un blog tutti i suoi pensieri (come un diario o un taccuino) e che si affina nel raffronto con gli altri.
Nel contempo, tuttavia, non posso non farti notare un aspetto che è molto ma molto importante nella comunicazione… anzi, è fondamentale!
Noi un po’ ci siamo conosciuti e posso anche capire (ma solo in alcuni casi) ciò che potevi o non potevi “intendere” con “questa” o “quella” frase o con “questa” o “quella” affermazione…
…ma tu scrivi su un blog che potrebbe essere letto da un numero quasi infinito di persone e quando scrivi determinate affermazioni non stai “teorizzando” o “esprimendo un parere”, né stai dettagliando poi quello che “intendevi” nel tuo percorso personale.
Scrivere:
“Ma non tutto ha bisogno di essere pubblicato”
… significa intendere e dare per scontato che “qualcosa ha bisogno di essere pubblicato”
E scrivere:
“Non dobbiamo piacere sempre”
… significa intendere e dare per scontato che “a volte dobbiamo piacere” e, come logica “estensione”: “che a volte cerchiamo il consenso degli altri” per la nostra fotografia…e, indirettamente (ma strettamente collegato) che facciamo fotografia per trovare il compiacimento degli altri (o almeno anche per quello…)
Ancora, scrivere:
“E trovo meraviglioso che sbagliare in fotografia possa restare invisibile”
… significa intendere e dare per scontato che “realizzare cose interessanti in fotografia non possa restare invisibile”… come se fosse necessario o addirittura indispensabile condividere qualcosa…
… concetto questo, rafforzato da altre affermazioni, già dettagliate e che continuano nei prossimi esempi:
Scrivere:
“Che ci sia uno spazio in cui possiamo fallire, esplorare, tentare, senza dover dare spiegazioni a nessuno”
… significa intendere e dare per scontato che là dove non abbiamo “fallito” dobbiamo per forza “condividere” o, per usare le tue stesse parole dobbiamo dare per forza “spiegazioni a qualcuno”.
Di conseguenza, quando si scrivono certe cose, determinate frasi e specifiche affermazioni… se non si dettaglia bene il proprio pensiero, ci si pone all’ interno di “generalizzazioni” e “universalizzazioni” che, oggettivamente, non sono corrette! Anzi, sono proprio sbagliate!
Questo è quello che appare dal tuo articolo… perché, come ti ho già fatto notare con il primo commento, non è davvero la parte più “scontata” e “lapalissiana” che è importante rilevare…
…per questo non capisco molto la logica di evidenziarlo, come nel commento del lettore “Simon”, con frasi come (testualmente): “È lo sbaglio e l’errore che ci invita a crescere e migliorare”…
… è “lapalissiano”, appunto.
Non fa altro che ribadire non solo quello che hai scritto nell’articolo, ma anche e soprattutto un concetto scontato e riconosciuto in tutto il mondo, da tutto il mondo…
… nessuno dirà mai il contrario, concetti come “sbagliando si impara” o come “l’errore è l’elemento più formativo di un processo di crescita, sviluppo ed evoluzione”, sono “vecchi come il mondo” e sono applicabili ovunque e a chiunque, in tutti gli aspetti… della vita, del lavoro, delle passioni, dell’arte e dell’artigianato.
Non è quindi la parte “palesemente scontata” del tuo articolo, quella più interessante… è quell’altra di parte la più importante…
…e anche quando in questa risposta, riprendi concetti piuttosto discutibili, come (testualmente):
“Quello che volevo mettere in evidenza è il rumore di fondo che sento attorno a me. Una spinta costante – a volte silenziosa, altre volte martellante, che ti porta a chiederti se stai pubblicando abbastanza, se stai mostrando abbastanza, se stai “esistendo” nel modo giusto agli occhi degli altri”.
… concetto che si innesta direttamente in un altro, altrettanto discutibile, espresso qualche riga dopo (testualmente):
“Quando dico – non dobbiamo piacere sempre – non mi riferisco al fatto che si debba creare per gli altri. Parlo piuttosto di quella vocina interiore, a volte subdola, a volte fortissima, che ci fa dubitare del valore di una foto, se non immaginiamo qualcuno la fuori, che potrebbe apprezzarla”
Ma NO! Proprio NO!
Anche questa è una “generalizzazione”! È un palese e sbagliato tentativo di rendere “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.
Non si scrive, Leonardo, “quella vocina che CI fa dubitare”… semmai puoi scrivere “quella vocina che MI fa dubitare…”…se a te (ed evidentemente è così) succede questo!
Ed è evidente che entrambi questi concetti che tu hai espresso, evidenziano il fatto che chi parla (e chi si trova d’accordo con questi concetti) è sicuramente condizionato dal giudizio degli altri, e si allontana, di conseguenza da un tipo di fotografia che nasce come ricerca introspettiva e personale, in tutte le possibili varianti e sfaccettature…
“…una spinta costante che ti porta a chiederti se stai pubblicando abbastanza…se “stai esistendo nel modo giusto agli occhi degli altri”…
… concetti appunto che determinano appunto la necessità del consenso degli altri…
…che se dal mio punto di vista è una cosa “terribile”, perché come ho sempre detto, ripetuto, e ribadito: tutto parte dal perché si fa Fotografia…e le mie motivazioni sono certamente diverse…
… guardando agli altri punti di vista, posso anche capire (anche senza condividerlo) che per qualcuno posso essere importante…ma rimane fondamentale, nello scrivere articoli, come nel commentarli, che non si “generalizzi” e non si sbagli nel cercare di rendere universale qualcosa di personale!
Per te Leonardo, visto che (oltre ad avere un sito, un blog, ecc. ecc. ecc.) lo hai scritto sia qui che in altri articoli, e lo hai ribadito in risposta con questo commento, il consenso degli altri evidentemente è importante… per migliaia e migliaia di altre persone invece (e aggiungo “per fortuna” e “meno male”) il consenso degli altri non ha alcuna importanza, non fanno fotografia per quello e non si chiedono minimamente se la loro fotografia incontri o meno quei concetti, altamente discutibili, dettagliati qualche riga sopra.
Caro Walter,
scusa innanzitutto per il ritardo nella risposta, il tuo commento mi era arrivato in un periodo un po’ caotico e ho preferito aspettare di avere il tempo e la lucidità per leggerlo con la giusta attenzione.
Intanto ti ringrazio ancora una volta per la profondità e la serietà con cui ti sei preso il tempo di analizzare le mie parole. So che quando scrivi non lo fai per “correggere”, ma per portare una visione chiara, rigorosa, che nasce da una lunga esperienza, e che non fa sconti. E io questo lo apprezzo moltissimo.
Hai ragione su molti punti, in particolare quando richiami alla responsabilità di chi scrive pubblicamente. È vero: non basta dire “questa è la mia esperienza” se poi uso un linguaggio che suona come se valesse per tutti. Il confine tra condivisione e generalizzazione è sottile, e nel mio modo di scrivere, a volte, rischio di superarlo. Il tuo richiamo è più che legittimo.
È vero anche che alcune espressioni che ho usato (come “non dobbiamo piacere sempre” o “non tutto ha bisogno di essere pubblicato”) possono sembrare affermazioni universali se non vengono chiarite a dovere. L’intento non era quello, ma capisco che il rischio c’è. E infatti il tuo commento mi ha fatto riflettere su quanto le parole, fuori dal contesto emotivo in cui nascono, possano prendere direzioni impreviste.
Detto questo, mi sento anche di difendere – con la stessa onestà – il bisogno che mi ha spinto a scrivere quell’articolo. Non per giustificare, ma per spiegare: io sento davvero, in certe fasi, una pressione invisibile – non tanto dagli altri, ma da me stesso – a “funzionare”, a “produrre qualcosa che abbia senso”, a “non sprecare tempo”. E so che non sono l’unico a provarlo, anche se non tutti lo vivono allo stesso modo. Parlare di questa pressione, per me, non significa dire che è giusto cederle, ma che è giusto riconoscerla. E magari, superarla.
Per questo uso il “noi”, il “ci”, il plurale. Perché quando scrivo, nel mio piccolo, cerco di creare uno spazio dove chi si sente fragile, incerto, o fuori tempo, possa sentirsi meno solo. Non lo faccio per imporre una verità, ma per offrire un punto di vista.
Se ho sbagliato tono o formulazioni, come tu dici, ne faccio tesoro. Non mi offende affatto. Anzi, trovo bellissimo che esista ancora qualcuno che non ha paura di entrare a fondo in un pensiero, di smontarlo, discuterlo, riportarlo a terra.
Perché alla fine credo che fare fotografia – come scrivere, o condividere idee – sia anche questo: un continuo tentativo di mettersi in dialogo, sapendo che non sempre si troverà un accordo, ma che anche il disaccordo può essere fertile.
Un abbraccio sincero,
Leonardo
Mi trovo d’accordo con te Leo, pienamente! E’ lo sbaglio e l’errore che ci invita a crescere e a migliorare. La fotografia è arte, e nell’arte c’è sperimentazione, e solo così si può scovare la pura essenza dello scatto geniale, che porta poi all’emozione. Sì, emozione! perché come dici tu, l’emozione è anche imperfezione!
Ciao Simon,
che bello leggere le tue parole. Hai detto una cosa che condivido profondamente: l’emozione è anche imperfezione. È proprio lì che, a volte, lo scatto si rivela, quando smettiamo di voler controllare tutto e lasciamo spazio alla sperimentazione, al margine, al tentativo.
Grazie per aver colto così bene il senso del mio articolo e per averlo restituito con questa sensibilità.
Un Abbraccio
Leonardo