
Intelligenza artificiale e fotografia: creatività ed etica.
Nel 2026 l’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica, ma una presenza concreta e strutturale nel mondo della fotografia.
È entrata nei processi creativi, negli strumenti di produzione, nella post-produzione e nella distribuzione delle immagini, modificando in profondità il modo in cui le fotografie vengono pensate e realizzate.
Questa trasformazione non riguarda soltanto l’automazione o la velocità di esecuzione.
Tocca questioni molto più profonde, come il concetto di autorialità, il rapporto con la realtà, la responsabilità etica e il significato stesso della creatività.
La fotografia, che per oltre un secolo è stata legata a un evento reale, a un soggetto presente davanti all’obiettivo e a un istante irripetibile, oggi si confronta con immagini credibili che non hanno mai avuto un’esistenza fisica.
In questo scenario emergono domande inevitabili.
Che cosa significa oggi “fare una fotografia”?
Chi è l’autore di un’immagine generata con l’aiuto di un algoritmo?
E come può un fotografo preservare la propria identità artistica in un contesto dominato da tecnologie sempre più sofisticate?
Questo articolo nasce dall’esigenza di affrontare questi interrogativi in modo critico e consapevole, analizzando il ruolo dell’intelligenza artificiale nella fotografia contemporanea e le sue implicazioni creative, etiche e culturali.
Intelligenza artificiale e creatività umana: come cambia il ruolo del fotografo
Ogni grande evoluzione tecnologica ha modificato il ruolo del fotografo.
Dalla fotografia analogica al digitale, il controllo tecnico ha progressivamente lasciato spazio alla visione personale, alla capacità narrativa e alla sensibilità estetica.
L’intelligenza artificiale rappresenta un nuovo passaggio in questo percorso, ma con una differenza sostanziale.
Non si tratta più di uno strumento passivo che esegue comandi, bensì di un sistema capace di suggerire, interpretare e generare immagini.
Le fotocamere moderne utilizzano algoritmi per ottimizzare messa a fuoco, esposizione e composizione, mentre i software di editing applicano correzioni automatiche sempre più sofisticate.
Il vero cambiamento, però, avviene quando l’IA entra direttamente nel processo creativo.
Oggi è possibile creare immagini partendo da una descrizione testuale, senza scattare alcuna fotografia.
In questo contesto, il fotografo non è più soltanto colui che cattura il reale, ma diventa colui che progetta l’immagine, definendone il senso, lo stile e l’atmosfera.
Il ruolo si sposta quindi dall’atto tecnico dello scatto alla costruzione intenzionale di un’immagine.
Il fotografo assume una funzione più vicina a quella di un direttore creativo, capace di orchestrare strumenti diversi per dare forma alla propria visione.
Il fotografo come curatore algoritmico
Una delle immagini più efficaci per descrivere questo nuovo ruolo è quella del curatore algoritmico.
In questo modello, il fotografo non delega la creatività alla macchina, ma guida un processo in cui l’intelligenza artificiale diventa un mezzo espressivo.
I sistemi generativi non creano dal nulla. Rielaborano un enorme patrimonio visivo, combinando elementi appresi durante il loro addestramento.
Il valore artistico non risiede quindi nell’algoritmo, ma nelle scelte umane che ne orientano l’uso.
Il fotografo decide cosa chiedere all’IA, valuta i risultati, li modifica, li seleziona e li integra all’interno di un progetto coerente.
Questo processo richiede competenze specifiche, come la capacità di descrivere con precisione un’idea, una profonda consapevolezza stilistica e un forte senso critico.
La creatività, in questo contesto, non scompare. Cambia forma.
Diventa meno legata al gesto tecnico e più alla capacità di visione, di selezione e di costruzione di significato.
Una simbiosi creativa tra umano e macchina
Più che una contrapposizione tra uomo e tecnologia, oggi emerge una relazione di collaborazione.
L’intelligenza artificiale può ampliare il campo delle possibilità espressive, permettendo al fotografo di esplorare scenari prima irraggiungibili.
L’IA può essere utilizzata come strumento di ispirazione, come mezzo di prototipazione o come supporto nella costruzione di immagini complesse.
Può aiutare a visualizzare idee, a sperimentare estetiche e a sviluppare linguaggi visivi ibridi.
Tuttavia, questa simbiosi comporta anche dei rischi.
La facilità con cui è possibile generare immagini “perfette” può portare a una svalutazione del lavoro fotografico, riducendo la percezione del tempo, dell’esperienza e della relazione umana coinvolta nello scatto reale.
In questo scenario, il valore del fotografo non risiede nella velocità o nella perfezione tecnica, ma nella capacità di raccontare storie autentiche, di creare connessioni emotive e di dare senso alle immagini che produce.
Nuove competenze e nuove professioni
L’integrazione dell’intelligenza artificiale sta ridefinendo anche le competenze richieste ai fotografi.
Accanto alle abilità tradizionali emergono nuove figure professionali e nuovi ruoli ibridi.
Diventa fondamentale comprendere il funzionamento dei modelli generativi, saper dialogare con essi attraverso il linguaggio, conoscere le implicazioni etiche e legali del loro utilizzo.
Il fotografo del presente e del futuro è chiamato a una formazione continua, che unisce cultura visiva, tecnologia e pensiero critico.
Non si tratta di abbandonare la fotografia tradizionale, ma di ampliare il proprio bagaglio di strumenti, mantenendo una forte identità autoriale.
Oltre i limiti dello scatto tradizionale
Uno dei principali vantaggi dell’intelligenza artificiale è la possibilità di superare limiti tecnici e logistici.
Ambientazioni impossibili, situazioni irrealizzabili o scenari ipotetici possono essere esplorati senza vincoli fisici.
Questo apre nuove possibilità per la fotografia concettuale, per la narrazione visiva e per la sperimentazione artistica.
L’immagine non è più soltanto una testimonianza del reale, ma diventa uno spazio di riflessione, di immaginazione e di costruzione simbolica.
Allo stesso tempo, questa libertà richiede una maggiore responsabilità.
Più l’immagine diventa credibile, più è necessario chiarire il suo statuto, evitando ambiguità e manipolazioni.
Etica, trasparenza e responsabilità
Con la diffusione delle immagini generate o modificate dall’intelligenza artificiale, la trasparenza diventa un elemento centrale.
Dichiarare l’uso dell’IA non è una limitazione, ma una forma di rispetto verso il pubblico e verso la fotografia stessa.
Nascondere l’origine artificiale di un’immagine significa compromettere il rapporto di fiducia tra autore e spettatore.
Al contrario, una comunicazione chiara rafforza la credibilità del lavoro e contribuisce a una cultura visiva più consapevole.
Anche il tema dei diritti d’autore assume un’importanza crescente.
Utilizzare strumenti e pratiche rispettose del lavoro creativo altrui diventa una scelta etica oltre che professionale.
L’intelligenza artificiale come infrastruttura invisibile
Nel 2026 l’intelligenza artificiale non è più percepita come qualcosa di separato, ma come un’infrastruttura silenziosa integrata in ogni fase del processo fotografico.
Dalla progettazione alla distribuzione, l’IA opera spesso in background, ottimizzando flussi e suggerendo soluzioni.
Questo rende inutile chiedersi se usarla o meno.
La vera questione diventa come utilizzarla in modo consapevole, mantenendo il controllo creativo e preservando il valore umano dell’opera.
Conclusioni
L’intelligenza artificiale non segna la fine della fotografia, ma l’inizio di una nuova fase.
Una fase in cui la tecnologia può amplificare le possibilità espressive, ma solo se guidata da una visione chiara, da un’etica solida e da una forte intenzionalità autoriale.
Il futuro della fotografia non appartiene a chi compete con la macchina, ma a chi riesce a usarla senza perdere la propria voce.
In un mondo sempre più algoritmico, il vero atto creativo resta profondamente umano.
Un abbraccio,
Leo
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Contributo stimolante e di grande attualità, grazie. Propongo una riflessione e, alla fine, una domanda. Se non sbaglio, da quando è stata inventata (sono ormai circa due secoli) la fotografia è stata intesa, sul piano tecnico, come un procedimento che permette di fissare, su un supporto sensibile, la luce catturata attraverso una camera. Questo erano, in essenza, inizialmente il dagherrotipo, poi il procedimento di Talbot negativo-positivo che si è poi evoluto nella fotografia su film, e questo ha continuato a essere anche la fotografia digitale, che alla pellicola sostituisce un sensore digitale ma per il resto conserva lo stesso principio. Mi sembra, mi corregga se sbaglio, che l’intelligenza artificiale introduca una rottura netta rispetto a questa continuità, almeno quando si tratta di IA generativa non cattura immagini dal mondo sensibile ma le crea ex novo, potendo quindi creare immagini di qualcosa che non è mai esistito nel mondo reale. Anche il procedimento dell’IA, del resto, prescinde dall’esistenza di una camera fotografica: il suo materiale, le immagini, può provenire da qualsiasi altra fonte: ad es un testo scritto, un dipinto. Ovviamente parlo qui solo di IA generativa, non di quella incorporata nelle macchine fotografiche e nei software di post-produzione, che è invece essenzialmente una IA manipolativa che parte da immagini reali.
La domanda è: l’IA generativa può essere chiamata fotografia? Oppure questo termine va riservato al procedimento “tradizionale”, mentre l’arte IA andrebbe denominata in altro modo?
Preciso, a scanso di equivoci, che non intendo qui mettere in discussione che la IA possa essere una forma d’arte. Solo domando se sia una forma d’arte distinta dalla fotografia, da chiamare quindi con un nome diverso.
La ringrazio davvero per questo intervento, che trovo molto centrato.
Io penso che la sua osservazione sia corretta sul piano tecnico. Storicamente la fotografia è nata come processo di registrazione della luce proveniente dal mondo reale attraverso una camera. Dal dagherrotipo al digitale, il principio è rimasto coerente: qualcosa esiste davanti a un obiettivo e viene fissato su un supporto sensibile.
In questo senso, l’IA generativa introduce una frattura evidente. Non registra la luce di qualcosa che esiste, ma costruisce un’immagine a partire da dati e modelli. Non ha bisogno di una camera e può generare qualcosa che non è mai esistito nel mondo reale.
Se mi fermo alla definizione tecnica, faccio fatica a chiamarla fotografia in senso stretto.
Allo stesso tempo, però, molte immagini generate dall’IA adottano il linguaggio fotografico: profondità di campo, prospettiva, imperfezioni ottiche, struttura compositiva. Utilizzano cioè una grammatica visiva che appartiene storicamente alla fotografia.
Aggiungo anche un aspetto personale. Oggi, nella maggior parte dei casi, l’origine sintetica di un’immagine è ancora percepibile, almeno a uno sguardo attento. Quando intervengo in post-produzione su immagini generate, non lo faccio per occultarne la natura o per simulare una fotografia documentaria. Lo faccio per riportare l’immagine dentro il mio linguaggio visivo, per integrarla nella mia ricerca e nella mia visione finale. L’intelligenza artificiale, in questo senso, è per me uno strumento all’interno di un processo autoriale, non un sostituto dell’atto fotografico.
Per questo tendo a pensare che l’IA generativa non sia semplicemente “fotografia”, ma nemmeno qualcosa di totalmente separato. Forse è una forma distinta di immagine che dialoga con la fotografia e ne utilizza la grammatica, pur rompendo la continuità tecnica.
Non ho una risposta definitiva, e credo che la questione sia ancora aperta. Quello che mi interessa, più che il nome, è comprendere quale tipo di relazione costruisca con l’idea di realtà, oltre che con l’autorialità e con l’intenzione.
La ringrazio ancora, perché la sua domanda va esattamente al cuore del problema.
Grazie dell’attenzione e della risposta alla mia domanda. Dopo aver letto altri commenti al post, mi sento di sottoporre alla comune riflessione la seguente affermazione di un maître à penser della fotografia: “La fotografia non si fa più con la luce, si fa con i dati; non è più frutto dell’alchimia ma della programmazione” (Joan Fontcuberta, Oltre lo specchio, Cap. XI Genealogie dell’immagine, pag. 247 – Einaudi 2024). Lo cito non perché questa affermazione sia pienamente condivisibile, del resto lo stesso Fontcuberta esprime più di un dubbio al riguardo; ma per fare presente che la questione del rapporto tra fotografia, IA e arte è complessa e controversa e non si presta a giudizi netti e taglienti.
Grazie ancora, anche per le belle immagini che sta pubblicando nel suo blog.
Cordialità.
Sono io che ringrazio Lei per questo ulteriore contributo e per la citazione, che aggiunge un elemento di grande interesse alla riflessione.
Credo anch’io che si tratti di un tema complesso, che non si presta a semplificazioni e che meriti confronto aperto.
Spero che questi articoli, che non hanno certo la pretesa di essere legge o verità definitive, possano almeno offrire uno spunto di riflessione e contribuire a mantenere vivo il dialogo.
Grazie ancora per l’attenzione e per le parole dedicate alle immagini.
Cordialità
Leonardo
Quanta confusione Leonardo emerge in questo articolo.
Mi sembra che hai mescolato non poco le cose, almeno dal mio punto di vista.
Andiamo per ordine dei concetti o delle teorizzazioni che hai introdotto:
Partiamo quindi dalle domande che hai introdotto…che, al contrario di ciò che affermi non sono affatto inevitabili:
1) Che cosa significa oggi “fare una fotografia”?
Risposta: Esattamente quello che significava “ieri”, 10 anni fa, o 50 anni fa…
2) Chi è l’ autore di un’immagine generata con l’aiuto di un algoritmo?
Risposta: È una domanda che NON riguarda la fotografia, pertanto va chiesto a chi si occupa di un’altro tipo di arte, come la scultura, la musica, la poesia, ecc.
3) E come può un fotografo preservare la propria identità artistica, in un contesto dominato da tecnologie sempre più sofisticate?
Risposta: È una domanda fuorviante e tendenziosa… intanto occorre fare distinzioni tra fotografo per professione e non per professione, poi occorre definire il concetto di identità artistica, infine, a seconda di questi chiarimenti… sono valide tanto le risposte che suggeriscono di ridefinire, se occorre, il titolo di fotografo, con qualcosa di più consono ad un mestiere diverso… quanto le risposte che suggeriscono di fare come quei pittori che oggi, non sono poi tanto diversi da quelli di 50 anni fa, 100 anni fa o 500 anni fa…pittori che hanno cambiato il “cosa” dipingono, ma non hanno cambiato poi molto il “con cosa” lo dipingono.
°°°°°
Arriviamo ora al passaggio (testualmente):
“Oggi è possibile creare immagini partendo da una descrizione testuale, senza scattare alcuna fotografia.
In questo contesto, il fotografo non è più soltanto colui che cattura il reale, ma diventa colui che progetta l’ immagine, definendone il senso, lo stile e l’ atmosfera.”
AAAAAHHHHHH!!!! ERRORE!!!
Ma no! Proprio NO! Come fai a scrivere queste cose?
Il fotografo è e rimane colui che cattura il reale (dandone la propria interpretazione)…
…chi crea un’immagine partendo da una descrizione testuale, senza scattare alcuna fotografia (dalle tue stesse parole) non è più un “fotografo”, esattamente come l’immagine che ha creato non è più “fotografia”.
°°°°°
Poi quando scrivi che: “La creatività in questo contesto non scompare, cambia forma”…
…mi sembra che stiamo scoprendo “l’acqua calda”…da sempre la creatività cambia forma…
…dai disegni delle grotte preistoriche, alla pittura, alla fotografia, alla grafica, alla “computer art” delle opere visibili al MOCA (acronimo di “Museum Of Computer Art”) su internet…
…e cambiando forma, cambia anche il nome (infatti non è più fotografia).
°°°°°
Poco dopo scrivi (sempre testualmente):
“L’ intelligenza artificiale può ampliare il campo delle possibilità espressive, permettendo al fotografo di esplorare scenari prima irraggiungibili.”
Altro passaggio, altro ERRORE!
Perché è vero che l’IA può ampliare il campo delle potenzialità espressive…ma in quel caso non è il “FOTOGRAFO” che esplora quegli scenari prima irraggiungibili… è semplicemente un’altra figura.
Semplice, no?
Esisteva la “bicicletta”…e il ciclista aveva determinate possibilità di “velocità”…
…poi hanno inventato la “motocicletta”, l’individuo che la guida non si chiama più “ciclista”, ma si chiama “motociclista”, e ha possibilità di velocità molto molto più elevate (“scenari prima irraggiungibili”)…ma il mestiere, in questo caso, non si chiama più “ciclismo”, si chiama “motociclismo”…ma sai?
Ti svelo un segreto:
nonostante l’invenzione della “motocicletta”, hanno continuato a produrre e vendere anche la “bicicletta”…e nonostante ci sia il “motociclismo”, esiste ancora il “ciclismo” (la Fotografia).
°°°°°
Ma poi continui con le confusioni, infatti scrivi:
“Il fotografo del presente e del futuro è chiamato a una formazione continua, che unisce cultura visiva, tecnologia e pensiero critico. Non si tratta di abbandonare la fotografia tradizionale, ma di ampliare il proprio bagaglio di strumenti, mantenendo una forte identità autoriale.”
Ma NO! È un altro errore!
Se parliamo dell’intelligenza artificiale generativa, è certamente uno “strumento nuovo”, ma anche se può produrre immagine dal sentore e dal un’estetica che riporta visivamente alla fotografia… non è certamente “Fotografia” e non riguarda esattamente il campo delle competenze del “fotografo”.
Che l’avvento poi di questo “nuovo strumento” possa avere portato uno scompiglio in alcuni settori della fotografia (vedi, per esempio, la fotografia di moda, ecc.), è innegabile…
…ma in quel caso nascono delle nuove figure professionali, che si occupano e che utilizzano una nuova “arte” e che si spostano da un mestiere, ad un altro mestiere…un po’ come con l’ avvento della fotografia i “pittori ritrattisti” che dipingevano ritratti dei signori benestanti (che potevano permettersi di pagare il ritratto di un pittore), sono pian piano praticamente quasi scomparsi, e i fotografi hanno fatto quel “mestiere” con un “nuovo strumento”.
°°°°°
Ma continuiamo Leonardo con la serie degli errori… Quando scrivi:
“Uno dei principali vantaggi dell’intelligenza artificiale, è la possibilità di superare limiti tecnici e logistici. Ambientazioni impossibli, situazioni irrealizzabili, o scenari ipotetici possono essere esplorati senza vincoli fisici. Questo apre nuove possibilità per la fotografia concettuale, per la narrazione visiva e per la sperimentazione artistica.”
Ma No! No! No!
Perché crei tutta questa confusione?
Perché scrivi queste cose che per logica e convenzione “cozzano” una contro l’altra e non corrispondono affatto al vero?
Tutto quello che hai scritto non riguarda affatto la “Fotografia”… infatti, se a queste frasi tu togli le parole “per la fotografia concettuale” e lasci invece: “per la narrazione visiva e per la sperimentazione artistica”…va benissimo, e corrisponde al vero.
Ma la “Fotografia” con tutto questo non c’entra… né la “Fotografia concettuale”, né nessun altro tipo o genere di Fotografia.
Non è difficile da capire… perché continui a scrivere cose che non trovano riscontro con lo stato dei fatti?
°°°°°
L’unica cosa che invece hai “centrato”, in mezzo a tutta la confusione che hai creato con questo articolo, è la questione dell’etica, della trasparenza e della responsabilità!
Ne abbiamo già parlato noi due su questo.
Come ti dicevo, la questione dell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito fotografico va legiferata e regolamentata.
È inoltre fondamentale porre l’accento sul fatto che il fruitore della fotografia altrui (in mostre, rassegne, fiere, festival ecc.) ha il diritto di sapere cosa ha davanti…
…e gli autori, oltre che i curatori e gli addetti ai lavori, ecc. dovrebbero avere il dovere (gli istituti e la legge stanno lavorando per legiferare su questo è regolamentare questo) di specificare:
– quando l’opera in questione rimane “fotografia” (minime regolazioni da sempre “canonizzate” come luminosità, contrasto,…mascherature, o bruciature ecc.)…
– oppure quando le manipolazioni, gli stravolgimenti, per non parlare delle opere interamente realizzate al computer, hanno spostato l’opera in un’ altra arte che non è più fotografia e non può essere più chiamata fotografia.
°°°°°
Le CONCLUSIONI che hai scritto, di conseguenza, sono estremamente fuorvianti e non corrispondono alla realtà.
Perché il tuo scritto sottende il fatto che l’intelligenza artificiale segna l’ inizio di una nuova fase della fotografia…e non è così.
La Fotografia è uno strumento e una forma d’arte che ha determinate caratteristiche e peculiarità…
L’ intelligenza artificiale, soprattutto quella generativa, alla quale si riferiscono tutti questi tuoi passaggi (dalle ambientazioni impossibli, alle situazioni irrealizzabili, agli scenari ipotetici, ecc.), è uno strumento e una forma d’arte diversa, che ha altre caratteristiche e altre peculiarità.
Ciao Walter, provo a chiarire meglio il punto, perché credo che qui si stiano intrecciando due livelli diversi.
Sul piano tecnico e storico, la tua ricostruzione è corretta: la fotografia nasce come registrazione della luce attraverso una camera. Se assumiamo questa definizione come vincolante, l’IA generativa non è fotografia in senso stretto. Su questo non ho difficoltà a concordare.
Il mio articolo, però, non voleva ridefinire la natura tecnica della fotografia, né sostenere che l’IA generativa “sia” fotografia. Il punto che intendevo sollevare è un altro: oggi esistono immagini sintetiche che adottano pienamente il linguaggio fotografico e che, nel circuito culturale e commerciale, vengono spesso percepite e consumate come fotografie.
Questo crea una tensione non tanto ontologica, quanto culturale. Non è la fotografia a cambiare definizione tecnica, ma è il contesto visivo in cui la fotografia opera che si è trasformato.
Quando scrivo che il fotografo è chiamato a confrontarsi con nuovi strumenti, non intendo dire che chi genera da prompt sia automaticamente un fotografo. Intendo dire che il campo dell’immagine contemporanea è diventato più complesso, e che questa complessità ha ricadute anche su chi pratica fotografia in senso tradizionale.
Per me la questione centrale resta quella dell’autorialità, dell’intenzione e della trasparenza. Che si tratti di fotografia in senso stretto o di immagine generativa, ciò che conta è dichiarare il processo e non confondere i piani.
Se c’è un punto su cui possiamo convergere, credo sia proprio questo: la necessità di distinguere con chiarezza, senza però ignorare il fatto che le nuove forme visive stanno inevitabilmente dialogando con la fotografia, nel bene e nel male.
Un caro saluto
Leonardo
No scusa Leonardo ma non ci siamo!
Non fare ancora come altre volte che scrivi una cosa e poi dici di intendere un’ altra.
Quando scrivi frasi come queste (tutte testualmente):
°°°°
“In questo contesto, il fotografo non è più soltanto colui che cattura il reale, ma diventa colui che progetta l’ immagine, definendone il senso, lo stile e l’ atmosfera.”
“L’ intelligenza artificiale può ampliare il campo delle possibilità espressive, permettendo al fotografo di esplorare scenari prima irraggiungibili.”
“Il fotografo del presente e del futuro è chiamato a una formazione continua, che unisce cultura visiva, tecnologia e pensiero critico. Non si tratta di abbandonare la fotografia tradizionale, ma di ampliare il proprio bagaglio di strumenti, mantenendo una forte identità autoriale.”
“Uno dei principali vantaggi dell’intelligenza artificiale, è la possibilità di superare limiti tecnici e logistici. Ambientazioni impossibli, situazioni irrealizzabili, o scenari ipotetici possono essere esplorati senza vincoli fisici. Questo apre nuove possibilità per la fotografia concettuale, per la narrazione visiva e per la sperimentazione artistica.”
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Quando scrivi frasi come queste…parlano fin troppo chiaro, l’italiano (te l’ho già detto) è una lingua bellissima e completa, d le parole e i significati sono tutte nel vocabolario:
Una frase come :
“Uno dei principali vantaggi dell’intelligenza artificiale, è la possibilità di superare limiti tecnici e logistici. Ambientazioni impossibli, situazioni irrealizzabili, o scenari ipotetici possono essere esplorati senza vincoli fisici. Questo apre nuove possibilità per la fotografia concettuale, per la narrazione visiva e per la sperimentazione artistica.”
Significa solo ed esclusivamente che:
PER TE L’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE PORTA DEI VANTAGGI ALLA FOTOGRAFIA (SOTTOLINEO FOTOGRAFIA), PERCHÉ DÀ ALLA FOTOGRAFIA (SOTTOLINEO FOTOGRAFIA) NUOVE POSSIBILITÀ COME SUPERARE LIMITI TECNICI E LOGISTICI, E ARRIVARE AD ESPRIMERSI IN AMBIENTAZIONI IMPOSSIBLI, SITUAZIONI IRREALIZZABILI E SCENARI IPOTETICI”
Stessa cosa con le altre frasi.
Tu di fatto stai cercando confondendo e mescolando due strumenti e due forme d’ arte completamente diverse!
E non me ne frega niente se, come scrivi “esistono immagini sintetiche che adottano pienamente il linguaggio fotografico”…non me ne frega un accidente di niente!
Se il contesto visivo in cui la fotografia opera è cambiato, non ha nessunissima importanza…
…la “fotografia” è e rimane”fotografia”…la “computer art” (o… altri nomi sono al vaglio di addetti ai lavori), rimane “computer art”.
E il problema, Leonardo (e te l’ho già scritto per altri contesti e argomenti) è che chi ti legge in questo articolo e ha iniziato ora a fare fotografia (o ha iniziato da poco) e non ha ancora stratificato una serie di consapevolezze… può rimanere condizionato da questi tuoi miscugli e confusioni.
Quando scriviamo abbiamo la responsabilità di non scrivere cose e concetti sbagliati e fuorvianti.
Non mescolare e non confondere strumenti diversi e forme d’arte diverse.
Te lo ripeto, il 90% dell’articolo non ha nessun senso, perché parte da frasi e da logiche sbagliate!
Ciao Walter,
ti rispondo in modo molto semplice: sono punti di vista diversi.
Tu hai il tuo, io ho il mio. Io non contesto il tuo, e non ho problemi se tu contesti il mio. Non è una questione personale, né una gara su chi abbia ragione o torto.
Io ho espresso una lettura del fenomeno. Tu ne esprimi un’altra, altrettanto legittima. Chi legge ha la possibilità di confrontare entrambe le posizioni e farsi un’idea propria.
Credo che anche chi si avvicina ora alla fotografia sia perfettamente in grado di comprendere che ciò che scrivo non è una regola né una verità assoluta.
Non ho alcuna pretesa di dettare norme.
Espongo riflessioni e opinioni, come faccio sempre, senza dover ogni volta premettere il classico “secondo me”.
Prendo atto delle tue critiche, come sempre e chi leggerà prenderà atto di entrambe le posizioni.
A presto
Leonardo
Risposta per “Luminis Imago”:
Ecco, arrivare ad affermare e a “fare presente” che la questione del rapporto tra fotografia, IA e arte è complessa e controversa e non si presta a giudizi netti e taglienti…sulla base di una “teorizzazione” espressa in una pagina di un libro, proprio di quel Fontcuberta, fotografo e scrittore che ha fatto parlare molto di se proprio per le “manipolazioni” di storie, verità, teorie, e colossali prese in giro all’ umanità, con comprovate mistificazioni, come la mostra “sputnik”, con la storia di un astronauta di nome “Ivan Istochnikov” (che in realtà, era lui stesso), “Sirens” e i falsi fossili di Padre Jean Fontana, “Miracles & Co” e il monaco con i finti miracoli, le teorizzazioni su “Herbaroum”, quelle su ‘Vivian Maier” ecc.ecc…
… arrivare ad affermare e “far presente” che quel “rapporto” non si presta a giudizi netti e taglienti, sulla base di una “teorizzazione” espressa in una pagina di un libro di “quel” Fontcuberta…la dice lunga di quanto sia evidente il “paradosso” sul quale vi fate portare da fantasiose teorizzazioni, e di quanto siete facilmente condizionabili.
La Fotografia è una cosa…
… l’ intelligenza artificiale generativa è una cosa completamente diversa…
Il prodotto della Fotografia, è una “fotografia”…
Il prodotto di un’opera interamente realizzata al computer con l’ intelligenza artificiale generativa è una “immagine” che non è affatto una “fotografia”
Sono due “sistemi” che possono arrivare a produrre immagini che possono essere simili, oppure che possono essere molto molto diverse, “sistemi” che partono da due logiche molto diverse, sono di conseguenza due strumenti diversi che danno origine a opere d’arte molto diverse…
… tutto il mondo, parlandone, separano di fatto la denominazione, distinguendo e separando già da un anno almeno, le rispettive arti nei premi e concorsi internazionali, impostando regole e leggi che determinano i diritti d’autore in modo molto diverso, e stanno perfino discutendo sulle logiche di quotazione, che sembra da tempo consolidato che debbano analizzare concezioni di partenza diverse.
Sentire (o leggere) di conseguenza, frasi come:
“Uno dei principali vantaggi dell’intelligenza artificiale, è la possibilità di superare limiti tecnici e logistici. Ambientazioni impossibli, situazioni irrealizzabili, o scenari ipotetici possono essere esplorati senza vincoli fisici. Questo apre nuove possibilità per la fotografia concettuale, per la narrazione visiva e per la sperimentazione artistica.”
… è una vera e propria “cacofonia”! Oltre che a un’evidente e assurda teorizzazione che si basa su concezioni assolutamente sbagliate!
Tu pensala come vuoi Leonardo, ma quando di parla di Fotografia ci sono concetti che non possono essere definiti “questione di opinioni”…
…per esempio: se parliamo di cosa è e cosa non è la “Street Photography” è facile che ci si possa rifugiare nel “questione di opinioni”…io mi tengo la mia, tu tieniti la tua “…
…se parliamo di tecnicismi, invece (quantità di luce a seconda del tempo di otturazione, dell’apertura del diaframma, ecc… ci sono dati che NON possono assolutamente essere confusi con “divergenze di opinioni”… perché non è così, ed è impossibile nascondersi o rifugiarsi nel dire “è la mia opinione”.
Questo è uno di quei casi in cui la questione non è opinabile.
La fotografia e l’intelligenza artificiale generativa (che da enormi possibilità su paesaggi impossibili, scenari irreali ecc.) sono due strumenti e due forme d’arte molto molto diversi…e non possono né devono essere confusi o mescolati…
…e questa non è una semplice “opinione”.
Risposta per Leonardo Bandinelli:
Leggere la tua risposta al secondo commento di “Luminis Imago”, vedere che lo ringrazi per la citazione, e che affermi che “questa aggiunge un elemento di grande interesse alla riflessione”…
…da la misura di quanto sembri “disperato” (le virgolette sono d’obbligo… perché evidentemente non lo sei davvero, ma lo “sembri” proprio) e di quanto tenti di “aggrapparti” ad ogni teorico “appiglio”, anche il più “labile” per provare a giustificare un articolo che parte da considerazioni e concezioni oggettivamente sbagliate.
Un po’ (tra commenti agli articoli, e dal vivo a Pistoia), ti ho conosciuto e devo sinceramente dirti che trovo questo tuo aspetto davvero deludente.
Walter,
mi dispiace che tu abbia percepito le mie risposte in questo modo.
Non c’è alcuna disperazione né bisogno di aggrapparmi a qualcosa. Sto semplicemente esprimendo una riflessione, che può essere condivisa oppure no.
È evidente che su questo tema abbiamo una visione molto diversa.
Per me il confronto resta uno scambio di idee, non un giudizio sulla persona.
Direi che le nostre posizioni sono chiare. Poi ognuno resta della propria idea.
Un saluto
Leonardo
Allora Leonardo, intanto sei passato dal dire “opinione” a dire una “riflessione”…
…ma poi continuo a non capire perché continui a scrivere certe cose:
Dire che ho trovato questo tuo aspetto, in questo frangente davvero deludente, non significa affatto esprimere un giudizio sulla persona.
Dire che uno è in gamba, o che è un’imbecille, dire che è presuntuoso o che è ignorante…dire che è molto colto o che non capisce niente…
…tutte queste espressioni esprimono “un giudizio sulla persona”.
Ma dire che ho trovato davvero deludente il tuo atteggiamento, in questo dato frangente, non è un giudizio sulla persona… è una costatazione di fatto, che emerge dal fatto che avendoti conosciuto un po’…non me lo aspettavo da te.
La differenza risulta a me chiarissima!
E, come ti ho già scritto, l’ italiano è una lingua bellissima e davvero completa…le parole sono tutte nel vocabolario, ma il significato va’ sempre “centrato”.
Nella parte finale di questa tua risposta poi, ritorni a parlare di “visioni differenti”, di “posizioni” e di rimanere della propria idea…
…il che significa che tu credi veramente che la mia obiezione sull’illogicita’ delle tue frasi in questo articolo, possa essere una questione di “opinioni”…
…e, su questo, non credo proprio che ci sia altro da aggiungere…basta mettersi le mani nei capelli e scrollare la testa!