Un dialogo secolare tra due linguaggi visivi

Il rapporto tra fotografia e pittura è uno dei più complessi e affascinanti nella storia dell’arte moderna e contemporanea.

Nato come conflitto, con la fotografia vista inizialmente come una minaccia alla pittura per la sua capacità di riprodurre il reale con precisione meccanica, questo rapporto si è trasformato nel corso del XIX e XX secolo in un dialogo fecondo, caratterizzato da scambi reciproci, influenze, ibridazioni e rielaborazioni creative.

Oggi, a oltre 180 anni dall’invenzione della fotografia (ufficialmente riconosciuta nel 1839), il confine tra i due mezzi non solo è diventato poroso, ma spesso irrilevante: artisti contemporanei utilizzano entrambi i linguaggi in modo sinergico, mentre le istituzioni culturali riconoscono la fotografia come forma d’arte a pieno titolo, capace di esprimere visioni poetiche, sociali e filosofiche.

Tuttavia, all’interno di questa convergenza, persistono tensioni concettuali, soprattutto attorno al tema dell’originalità.

Quando un fotografo attinge dalla pittura, copiando pose, composizioni o atmosfere, sta semplicemente imitando, oppure sta partecipando a un processo legittimo di ispirazione e rielaborazione?

Questa domanda è centrale nel dibattito culturale contemporaneo e trova una delle sue voci più autorevoli in Gianni Berengo Gardin, fotografo italiano scomparso nel 2025, la cui posizione critica nei confronti dell’uso della pittura nella fotografia ha acceso un acceso dibattito (Fotografia tra originalità e ispirazione artistica).

Questo rapporto analizza in profondità il rapporto storico, estetico e culturale tra fotografia e pittura, esplorando tre dimensioni fondamentali:

 

    1. L’originalità nell’atto creativo: il confine tra ispirazione e imitazione.
    2. La contaminazione tra linguaggi: come fotografia e pittura si sono influenzate reciprocamente nel corso del tempo.
    3. L’evoluzione artistica del Novecento e del XXI secolo: il ruolo di fotografi come Helmut Newton, Man Ray e Lee Miller nel ridefinire l’identità della fotografia attraverso il dialogo con la pittura.

 

 

 

Fotografia e pittura. Figura con ombrello che cammina nella neve con un cane, viale alberato simmetrico in bianco e nero ad alto contrasto. Figure holding an umbrella walking in the snow with a dog, symmetrical tree-lined path in high-contrast black and white.

 

 

1. Il dibattito sull’originalità: Gianni Berengo Gardin e la difesa della “vera fotografia”

 

1.1. La visione di Berengo Gardin: fotografia come documento, non come imitazione

Gianni Berengo Gardin (1930–2024) è stato uno dei fotografi italiani più importanti del Novecento, noto per il suo approccio rigorosamente documentaristico e per la sua dedizione al racconto sociale.

La sua opera, che abbraccia decenni di storia italiana, dalle lotte operaie negli stabilimenti Fiat alle condizioni degli ospedali psichiatrici, dai paesaggi rurali ai mutamenti urbani, è stata sempre guidata da un principio etico: la fotografia deve essere un atto di testimonianza, non di finzione.

Nel contesto del dibattito sull’ispirazione pittorica nella fotografia, Berengo Gardin assume una posizione chiara e polemica.

Secondo lui, molti fotografi contemporanei che aspirano allo status di “artista” cadono nell’errore di imitare direttamente la pittura, riproducendo pose, luci e atmosfere di opere classiche senza aggiungere un vero valore originale.

Per Berengo Gardin, questo atteggiamento rappresenta una deviazione dallo scopo originario della fotografia: la documentazione del reale.

 

“Per Berengo Gardin, la vera essenza della fotografia risiede nella documentazione del reale: chi si ispira troppo direttamente a pittori o ai maestri del passato, in particolare nel linguaggio visivo, sbaglia approccio rispetto allo scopo originario del medium fotografico”.

Questa posizione non nasce da un’ostilità verso la pittura, ma da una concezione profonda del ruolo sociale della fotografia. Berengo Gardin considerava la macchina fotografica non come uno strumento per creare immagini belle, ma come un mezzo per osservare, denunciare e testimoniare.

In un’intervista, dichiarò: “Io fotografo la gente che normalmente non viene fotografata”.

Questa frase sintetizza la sua etica professionale: la fotografia deve dare voce ai silenziati, non replicare le gerarchie estetiche della tradizione pittorica.

 

1.2. La critica all’“arte da salotto”: quando la fotografia smette di essere responsabilità

Berengo Gardin vedeva con scetticismo la tendenza contemporanea a considerare la fotografia come una forma d’arte fine a se stessa, priva di contenuti sociali.

Per lui, molte opere fotografiche che citano esplicitamente la pittura, ad esempio, ricreando quadri di Caravaggio o Rembrandt con modelli viventi, rischiano di diventare “arte da salotto”, cioè decorativa, elegante, ma vuota di significato civile.

 

“Berengo Gardin ci ha insegnato che la fotografia è prima di tutto un documento, un atto culturale e civile. Non un’arte da salotto, non una semplice immagine da esporre. È una responsabilità, una chiamata a osservare e a testimoniare”.

Questa critica è particolarmente rilevante oggi, nell’era dei social media, dove l’estetica domina sulla sostanza e dove migliaia di fotografi producono immagini “instagrammabili” ispirate a dipinti rinascimentali o romantici.

Sebbene queste opere possano essere tecnicamente impeccabili, Berengo Gardin metterebbe in dubbio il loro valore se mancano di un progetto culturale o politico.

 

1.3. L’originalità come forza dello sguardo, non della tecnica

Per Berengo Gardin, l’originalità non sta nell’uso di filtri, luci elaborate o scenografie teatrali, ma nello sguardo. La sua fotografia era spesso realizzata con pochi scatti, ma ogni immagine conteneva un concentrato di realtà, frutto di un’osservazione paziente e rispettosa.

 

“Gianni Berengo Gardin diceva di scattare poco ma ogni sua foto era un concentrato di realtà”.

In questo senso, l’originalità non è un effetto visivo, ma un atto morale. Un fotografo originale, secondo Berengo Gardin, è colui che riesce a vedere ciò che gli altri ignorano, a dare dignità a ciò che è invisibile, a raccontare storie che altrimenti rimarrebbero taciute.

Questo modello di originalità contrasta con quello promosso da alcune gallerie e mercati dell’arte contemporanea, dove l’originalità è spesso misurata in base all’innovazione formale o alla provocazione estetica.

 

1.4. Le motivazioni storiche e culturali della sua posizione

È importante sottolineare che la posizione di Berengo Gardin non è universale, ma radicata in un contesto specifico: la tradizione del fotogiornalismo umanista e del reportage sociale italiano ed europeo del dopoguerra.

Come evidenziato nel testo locale, “l’opinione del maestro deriva dalla sua formazione e dalla sua esperienza personale, fortemente legate alla tradizione della fotografia di documentazione sociale e del racconto del reale”.

Questo contesto storico, segnato da guerre, ricostruzioni, lotte operaie e movimenti sociali, ha plasmato una generazione di fotografi che vedevano la fotografia come un mezzo per cambiare il mondo, non solo per abbellirlo.

Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, Walker Evans e lo stesso Berengo Gardin appartengono a questa tradizione, dove la fotografia è intesa come un atto politico.

Tuttavia, come sottolinea il testo, “è legittimo per ogni fotografo interpretare diversamente il medium, sperimentare, lasciarsi influenzare e personalizzare il proprio approccio”.

La critica di Berengo Gardin, quindi, non deve essere letta come un veto assoluto contro l’ispirazione pittorica, ma come un monito contro la perdita di identità del mezzo fotografico.

 

Strada immersa nella nebbia con un albero spoglio, composizione minimale in bianco e nero dal forte senso di solitudine. Foggy road with a bare tree, minimalist black and white composition conveying a strong sense of solitude.

 

 

2. La contaminazione tra fotografia e pittura: un dialogo storico e reciproco

 

2.1. Dalla minaccia alla collaborazione: l’evoluzione del rapporto ottocentesco

Alla sua apparizione nel 1839, la fotografia fu vista da molti pittori come una minaccia diretta al loro mestiere. Perché commissionare un ritratto costoso e lungo da realizzare, quando una macchina poteva produrre un’immagine precisa in pochi minuti?

 

“La riproduzione fedele della realtà ha portato interesse e paura nel mondo dell’arte, dando vita a un confronto probabilmente ancora aperto”.

Tuttavia, invece di uccidere la pittura, la fotografia la liberò. Liberata dall’obbligo di riprodurre il reale, la pittura poté esplorare nuove strade: l’impressionismo, il simbolismo, l’espressionismo, fino all’astrattismo. Allo stesso tempo, molti pittori cominciarono a usare la fotografia come strumento di lavoro, sia come base per i dipinti che come fonte di ispirazione.

Un esempio emblematico è Alessandro Guardassoni, che nel 1860 circa si ritrasse con cavalletto e macchina fotografica, simbolicamente rappresentando il rapporto controverso tra le due pratiche.

Questo autoritratto non mostra antagonismo, ma coesistenza: la fotografia non sostituisce la pittura, ma la accompagna.

 

2.2. Il cliché-verre: la prima ibridazione tra fotografia e grafica

Uno dei primi esempi di contaminazione tra fotografia e pittura è il cliché-verre, una tecnica sviluppata a metà Ottocento ad Arras, in Francia.

Artisti come Camille Corot e Constant Dutilleux crearono disegni su lastre di vetro, che venivano poi impressionate fotograficamente. Il risultato era un’immagine ibrida: il tratto del pennello unito alla precisione della stampa fotografica.

 

“Il clichè-verre, realizzata impressionando fotograficamente una lastra di vetro segnata con una punta di metallo a inchiostro”.

Questa tecnica rappresenta un momento cruciale nella storia dell’arte: la fotografia non è più solo un mezzo di riproduzione, ma un supporto creativo. Il cliché-verre anticipa di un secolo le sperimentazioni digitali contemporanee, dove fotografia e disegno si fondono in un’unica immagine.

 

2.3. Dal Novecento in poi: la fotografia come ispirazione per la pittura

Nel XX secolo, il rapporto si inverte: non è più la pittura a ispirare la fotografia, ma viceversa. Artisti come Chuck CloseRichard Estes e Ralph Goings, appartenenti al movimento iperrealista americano degli anni Sessanta e Settanta, usarono fotografie come base per dipinti di incredibile precisione.

 

“Artisti come Chuck Close, Richard Estes e Ralph Goings, per esempio, hanno utilizzato fotografie come base per realizzare dipinti di una precisione maniacale, rivelando come il confine tra fotografia e pittura possa essere labile e produttivo”.

Questi artisti non cercavano di nascondere l’origine fotografica delle loro opere; anzi, ne facevano un punto di forza. Chuck Close, ad esempio, lavorava su griglie giganti, ingrandendo pixel per pixel un’istantanea, trasformando così l’atto pittorico in un processo quasi meccanico.

In questo modo, la pittura recuperava la precisione della fotografia, ma aggiungeva il valore del gesto umano, del tempo e della materia.

 

2.4. Il surrealismo e la fotografia come sogno

Mentre l’iperrealismo usava la fotografia per ottenere verità, il surrealismo la usava per sfuggire alla realtà. Man Ray, artista visionario del Dada e del Surrealismo, inventò il rayografo, una tecnica che permetteva di creare immagini senza macchina fotografica, posizionando oggetti direttamente su carta fotosensibile.

 

“Posizionando oggetti sopra o vicino a un foglio di carta fotosensibile, che esponeva alla luce e sviluppava, Man Ray trasformava soggetti riconoscibili in composizioni meravigliosamente misteriose”.

Il poeta Tristan Tzara descrisse questi lavori come la cattura dei momenti “in cui gli oggetti sognano”.

In questo senso, la fotografia non è più documento, ma poesia. Man Ray dimostrò che la fotografia può essere tanto creativa quanto la pittura, e che il suo potenziale espressivo va ben oltre la semplice riproduzione.

 

Ritratto in bianco e nero di una donna con velo mosso dal vento, texture sovrapposte e atmosfera onirica. Black and white portrait of a woman with a veil moved by the wind, layered textures and dreamlike atmosphere.

 

 

3. Fotografi influenzati dalla pittura: casi studio del Novecento

 

3.1. Helmut Newton: moda, pittura e provocazione

Helmut Newton (1920–2004) è uno dei fotografi più iconici del Novecento, noto per le sue immagini audaci, sensuali e teatrali. Le sue fotografie, pubblicate su riviste come Vogue e Harper’s Bazaar, non erano semplici servizi di moda, ma vere e proprie scene narrative, cariche di tensione psicologica e simbolismo.

Newton attingeva esplicitamente dalla pittura: le sue composizioni richiamano Caravaggio per il chiaroscuro, Edward Hopper per l’isolamento urbano, e la pittura erotica del XIX secolo per l’erotismo velato. Ma non si limitava a copiare: reinterpretava, reinventava, trasferiva quelle atmosfere nel contesto contemporaneo della moda e del desiderio.

 

“Una grande esposizione dedicata a Helmut Newton ripercorre l’evoluzione del percorso professionale di Newton, dalle fotografie editoriali che lo hanno consacrato tra i grandi della moda internazionale fino ai lavori commissionati da prestigiosi brand”.

Newton non negava mai l’influenza della pittura, ma la trasformava in qualcosa di nuovo. La sua fotografia non era imitazione, ma rielaborazione creativa. In questo senso, rappresenta un perfetto esempio di come prendere ispirazione dalla pittura non significhi rinunciare all’originalità.

 

3.2. Cindy Sherman: il corpo come tela

Cindy Sherman (nata nel 1954) è un’altra figura centrale nel dibattito sull’ispirazione pittorica. Nella sua serie History Portraits (1988–1990), Sherman si traveste da personaggi di dipinti classici — madonne, cortigiane, nobildonne — usando costumi, trucco e scenografie elaborate.

A prima vista, queste immagini possono sembrare semplici parodie. Ma in realtà, Sherman sta facendo qualcosa di più profondo: sta interrogando il ruolo delle donne nell’arte, il potere dello sguardo maschile, e la costruzione dell’identità attraverso l’immagine.

 

“Elenco di fotografi famosi noti per le contaminazioni con la pittura (es: Helmut Newton, Man Ray, Cindy Sherman)”.

Sherman non copia la pittura: la critica, la de-costruisce, la ri-vive. Il suo lavoro dimostra che l’ispirazione può essere un atto intellettuale, non solo estetico.

 

3.3. Lee Miller: tra guerra e bellezza

Lee Miller (1907–1977) iniziò come modella, poi divenne assistente di Man Ray a Parigi, dove apprese le tecniche sperimentali della fotografia surreale. Successivamente, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne fotoreporter di guerra per Vogue, documentando la liberazione di Parigi e i campi di concentramento.

Miller incarna il ponte tra fotografia e pittura: da un lato, la sua formazione artistica surrealista; dall’altro, il suo impegno documentaristico. Le sue immagini di guerra hanno la forza del reportage, ma anche la compostezza di un dipinto.

 

“Il percorso espositivo si concentra sull’intensa attività tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento di Miller, attività che è un ponte ideale tra gli Stati Uniti (la sua terra natale) e l’Europa”.

Miller dimostra che i due approcci, documentaristico e artistico, non sono necessariamente in contraddizione.

 

Ritratto in bianco e nero di una donna illuminata lateralmente, con metà del volto immersa nell’ombra, atmosfera intima e contemplativa. Black and white portrait of a woman lit from the side, half of her face in shadow, intimate and contemplative mood.

 

 

4. Il dialogo reciproco: contaminazione continua e futuro dell’arte

 

4.1. La storia dell’arte come dialogo continuo

Come sottolineato nel testo locale, “la storia dell’arte è un percorso di influenze reciproche, dove il passato dialoga costantemente con il presente e nulla nasce dal nulla”.

Questo principio vale per tutti i linguaggi artistici: la pittura si è sempre ispirata alla letteratura, alla musica, al teatro. Perché la fotografia dovrebbe essere diversa?

Il distinguo tra “copiare” e “ispirarsi” è fondamentale. Copiare significa riprodurre senza modificare. Ispirarsi significa assimilare, trasformare, innovare. Tutti i grandi fotografi che hanno attinguto dalla pittura, da Newton a Sherman, da Man Ray a David LaChapelle, non hanno copiato: hanno rielaborato.

 

4.2. Conclusione: l’originalità come rielaborazione, non come isolamento

La fotografia contemporanea è arricchita dal confronto con altre forme d’arte. L’approccio documentaristico di Berengo Gardin è prezioso, ma non esclusivo. Ogni fotografo può trarre forza dall’ispirazione, purché la rielabori in modo personale.

 

“La differenza tra copiare e ispirarsi sta nella capacità di rielaborare le influenze in modo personale e innovativo”.

Invece di temere la contaminazione, dovremmo celebrarla. È attraverso il dialogo tra linguaggi che l’arte evolve.

Io mi fermo qui, ma vi lascio alcuni riferimenti che ampliano l’argomento.

Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate.

Un abbraccio, Leo

 

Riferimenti

 

 

 

 

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