Introduzione

Negli ultimi anni, pubblicando con continuità sui social, mi sono reso conto di una cosa che inizialmente faticavo ad accettare: il pubblico non è il primo interlocutore.

Prima ancora che qualcuno possa vedere, interpretare o sentire un lavoro, c’è un passaggio obbligato.

Quel passaggio è l’algoritmo.

Non è una teoria astratta, ma una sensazione maturata osservando cosa accade ai contenuti una volta pubblicati.

Alcuni vengono mostrati, altri si fermano quasi subito, indipendentemente da quanto, per me, siano importanti.

Ritratto fotografico autoriale in bianco e nero

Il primo filtro non è umano

Ogni volta che pubblico ho la sensazione che il contenuto non venga consegnato direttamente alle persone, ma messo alla prova.

Nei primi istanti succede qualcosa :

– qualcuno si ferma
– qualcuno guarda più a lungo
– qualcuno interagisce

Se questi segnali ci sono, il contenuto continua il suo percorso.

Se non ci sono, si ferma.

Col tempo ho capito che, nel bene o nel male, il primo che devo convincere non è chi guarda, ma il sistema che decide se qualcuno guarderà.

Ma l’algoritmo non sa cosa sto raccontando

Quello che ho imparato è che l’algoritmo non ha accesso a ciò che per me è centrale :

– il motivo per cui ho creato un’immagine
– il momento che sto cercando di raccontare
– il mio stato d’animo
– il percorso che c’è dietro a un lavoro

Tutto questo resta invisibile.

L’algoritmo non capisce cosa voglio dire.

Osserva solo cosa fanno gli altri davanti a quel contenuto.

Ritratto fotografico cinematografico in bianco e nero, ad alto contrasto con grana

Emozione sì, ma solo se diventa visibile

Se un contenuto trasmette un’emozione forte e immediata, questa emozione si traduce in un gesto :

– uno stop allo scroll
– un’interazione
– una condivisione

In quel caso il sistema reagisce.

Ma quando l’emozione è più lenta, più complessa, più stratificata, spesso non produce una reazione immediata.

E se non produce un gesto visibile, per l’algoritmo è come se non esistesse.

Non perché non abbia valore, ma perché non è misurabile nel tempo richiesto dai social.

Superficie e profondità

A un certo punto ho smesso di pensare ai social come a qualcosa di superficialmente “sbagliato”.

Ho iniziato a vederli come ambienti che lavorano necessariamente in superficie, perché è l’unico livello che possono leggere.

Quello che accade dentro :

– nella mente
– nel cuore
– nella memoria

resta fuori dal loro raggio d’azione.

Ritratto fotografico bianco e nero ad alto contrasto

Il rischio che sento di più

Col tempo ho avuto la sensazione che il sistema premi ciò che è :

– immediato
– riconoscibile
– facilmente leggibile
– già visto

Non necessariamente ciò che è più sentito o più autentico.

Ed è qui che, almeno per me, nasce il conflitto :

quanto posso adattare il mio linguaggio a ciò che funziona, senza perdere ciò che mi interessa davvero raccontare?

L’arte non nasce per superare un test

Molti lavori, soprattutto quelli più personali, non nascono per essere capiti subito.

Nascono per restare.

Chiedere a un algoritmo di riconoscere questo tipo di valore significa attribuirgli un ruolo che non può avere.

Non perché sia “limitato”, ma perché non è stato progettato per questo.

Ritratto fotografico profondo non Social

Conclusione

Dalla mia esperienza ho capito che sui social il primo giudice non è una persona, ma un sistema.

Un sistema che non legge l’anima di un’opera, ma le reazioni che provoca.

Questo non toglie valore al lavoro.

Semplicemente chiarisce una cosa: non tutti i luoghi sono adatti a tutte le profondità.

La domanda che mi pongo, e che lascio anche a chi legge, è questa :

quanto possiamo adattarci all’algoritmo senza perdere il senso di quello che creiamo?

Un abbraccio, Leo

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