Introduzione
Negli ultimi anni, pubblicando con continuità sui social, mi sono reso conto di una cosa che inizialmente faticavo ad accettare: il pubblico non è il primo interlocutore.
Prima ancora che qualcuno possa vedere, interpretare o sentire un lavoro, c’è un passaggio obbligato.
Quel passaggio è l’algoritmo.
Non è una teoria astratta, ma una sensazione maturata osservando cosa accade ai contenuti una volta pubblicati.
Alcuni vengono mostrati, altri si fermano quasi subito, indipendentemente da quanto, per me, siano importanti.

Il primo filtro non è umano
Ogni volta che pubblico ho la sensazione che il contenuto non venga consegnato direttamente alle persone, ma messo alla prova.
Nei primi istanti succede qualcosa :
– qualcuno si ferma
– qualcuno guarda più a lungo
– qualcuno interagisce
Se questi segnali ci sono, il contenuto continua il suo percorso.
Se non ci sono, si ferma.
Col tempo ho capito che, nel bene o nel male, il primo che devo convincere non è chi guarda, ma il sistema che decide se qualcuno guarderà.
Ma l’algoritmo non sa cosa sto raccontando
Quello che ho imparato è che l’algoritmo non ha accesso a ciò che per me è centrale :
– il motivo per cui ho creato un’immagine
– il momento che sto cercando di raccontare
– il mio stato d’animo
– il percorso che c’è dietro a un lavoro
Tutto questo resta invisibile.
L’algoritmo non capisce cosa voglio dire.
Osserva solo cosa fanno gli altri davanti a quel contenuto.

Emozione sì, ma solo se diventa visibile
Se un contenuto trasmette un’emozione forte e immediata, questa emozione si traduce in un gesto :
– uno stop allo scroll
– un’interazione
– una condivisione
In quel caso il sistema reagisce.
Ma quando l’emozione è più lenta, più complessa, più stratificata, spesso non produce una reazione immediata.
E se non produce un gesto visibile, per l’algoritmo è come se non esistesse.
Non perché non abbia valore, ma perché non è misurabile nel tempo richiesto dai social.
Superficie e profondità
A un certo punto ho smesso di pensare ai social come a qualcosa di superficialmente “sbagliato”.
Ho iniziato a vederli come ambienti che lavorano necessariamente in superficie, perché è l’unico livello che possono leggere.
Quello che accade dentro :
– nella mente
– nel cuore
– nella memoria
resta fuori dal loro raggio d’azione.

Il rischio che sento di più
Col tempo ho avuto la sensazione che il sistema premi ciò che è :
– immediato
– riconoscibile
– facilmente leggibile
– già visto
Non necessariamente ciò che è più sentito o più autentico.
Ed è qui che, almeno per me, nasce il conflitto :
quanto posso adattare il mio linguaggio a ciò che funziona, senza perdere ciò che mi interessa davvero raccontare?
L’arte non nasce per superare un test
Molti lavori, soprattutto quelli più personali, non nascono per essere capiti subito.
Nascono per restare.
Chiedere a un algoritmo di riconoscere questo tipo di valore significa attribuirgli un ruolo che non può avere.
Non perché sia “limitato”, ma perché non è stato progettato per questo.

Conclusione
Dalla mia esperienza ho capito che sui social il primo giudice non è una persona, ma un sistema.
Un sistema che non legge l’anima di un’opera, ma le reazioni che provoca.
Questo non toglie valore al lavoro.
Semplicemente chiarisce una cosa: non tutti i luoghi sono adatti a tutte le profondità.
La domanda che mi pongo, e che lascio anche a chi legge, è questa :
quanto possiamo adattarci all’algoritmo senza perdere il senso di quello che creiamo?
Un abbraccio, Leo

IO CI FAREI UN MANIFESTO DI QUESTO TUO INTERVENTO LEO, scusa il maiuscolo ma io penso precisamente ciò che hai descritto, ed è per questo che leggo testi meravigliosi solo con un like…perché una persona non ha il tempo di ricambiare senza neppure leggere??? Io ogni sera da quando avevo vent’anni scrivo, metto nero su bianco la mia vita e le mie emozioni, se non interessa alle persone ok, ma se c’è il giochetto algoritmo come nei social cosa siamo qua a fare???
Grazie davvero per questo commento, mi ha colpito molto.
Sapere che ciò che ho scritto risuona in modo così preciso con la tua esperienza mi conferma che questo tema non è teorico, ma profondamente vissuto da molte persone.
Quello che dici sul leggere testi meravigliosi con un solo like è esattamente uno dei motivi per cui ho sentito il bisogno di scrivere questo articolo. Non perché manchi valore, ma perché spesso manca il tempo, lo spazio e forse anche la possibilità di restituire attenzione in modo sincero. E quando entra in gioco il meccanismo dell’algoritmo, il rischio è che tutto venga ridotto a una reazione veloce, a prescindere dalla profondità di ciò che c’è dietro.
Trovo molto potente quello che racconti del tuo scrivere ogni sera, da anni, mettendo nero su bianco vita ed emozioni. È un gesto che ha valore in sé, indipendentemente da chi lo legge o da quante reazioni genera. Ed è proprio questo, secondo me, il punto centrale: continuare a creare anche quando il sistema non sa come misurarlo.
Ti ringrazio anche per il complimento sulla sequenza fotografica. L’ho pensata proprio come un tempo sospeso, qualcosa che non chiede attenzione immediata ma uno sguardo più lento. Sapere che questo è arrivato mi fa molto piacere.
Grazie ancora per aver condiviso il tuo pensiero, è un confronto prezioso.
Grazie ancora a te, le nostre emozioni che ogni giorno cerchiamo di condividere in poesie con altre persone, creare piccoli momenti intimi tra chi scrive e chi legge, non può essere rovinato da un freddo algoritmo, Io ho ricevuto molte critiche per i miei scritti a volte rabbiosi, altre sentimentali, altre ancora ruvide, e passionali. E questo mi ha sempre spronato ad essere me stessa, ma se lo decidono delle statistiche allora nulla ha più senso. Buonanotte e un abbraccio
Grazie a te per queste parole, davvero.
Quello che dici sulle emozioni condivise, sui momenti intimi che si creano tra chi scrive e chi legge, è esattamente il motivo per cui credo che l’algoritmo non possa “rovinare” tutto, ma solo non riuscire a leggerlo. E sono due cose diverse.
Le critiche che hai ricevuto, anche quelle più dure, fanno parte di un confronto umano. Sono reazioni vere, nel bene e nel male, e spesso aiutano a capire meglio chi siamo e cosa stiamo cercando di dire. In questo senso, come dici tu, possono diventare uno stimolo a essere ancora più fedeli a se stessi.
Il problema nasce quando il destino di ciò che condividiamo viene deciso prima ancora che qualcuno possa incontrarlo davvero, sulla base di numeri e statistiche che non hanno nulla a che fare con la complessità di un’emozione o di una parola scritta.
Forse il senso sta proprio nel continuare a creare e condividere, sapendo che non tutto è misurabile e che non tutto deve esserlo. Alcune cose hanno valore semplicemente perché esistono e perché arrivano a chi è disposto a fermarsi.
Un abbraccio anche a te.
Bellissima sequenza emozionale di immagini
Prima di entrare nel merito dell’articolo, per darti eventualmente una risposta, mi sono soffermato un momento sul primo punto che hai dettagliato sull’interpretazione dell’algoritmo, quando hai scritto:
“Quello che ho imparato è che l’ algoritmo non ha accesso a ciò che per me è centrale:
-il motivo per cui ho creato un’immagine”
___
Prima quindi di analizzare ed eventualmente rispondere al resto dell’articolo, ti chiedo:
1) Tu pensi che chi viene a vedere una tua mostra in un momento in cui tu non sei presente, sappia il motivo per cui hai creato un’immagine?
2) Pensi che lo sappia chi la vede in mezzo ad altre, mentre va a vedere un festival di fotografia fatto da piccole mostre personali di autori vari, tra i quali ci può essere la tua?
3) Per restare in ambito “social”, tu pensi che chi osserva in rete, più o meno approfonditamente, o più o meno superficialmente, quella “tua immagine” sappia il motivo per cui tu l’hai scattata?
4) infine dillo intanto a noi: Qual’è il motivo per il quale tu l’hai scattata?
Ciao Walter, innanzitutto buon anno.
Grazie per il tuo commento.
Vado direttamente ai punti.
1. No, non penso che chi vede una mia immagine in una mostra, in mia assenza, sappia il motivo per cui l’ho creata. E va bene così. Aggiungo però una cosa che per me è centrale: vedere un’immagine dal vivo, stampata, in uno spazio fisico, è molto diverso dal vederla sullo schermo di un telefono. Cambiano l’attenzione e il tipo di relazione che si instaura con l’opera.
2. Questo punto, per me, si ricollega direttamente al primo. Anche in un festival o in una mostra collettiva l’immagine viene osservata per quello che è, nel contesto in cui si trova, senza che il vissuto dell’autore sia necessariamente noto. La differenza, ancora una volta, sta nel modo e nel tempo con cui quell’immagine viene vista.
3.Anche sui social non penso che chi guarda un’immagine sappia perché è stata scattata. La differenza, però, non sta nella comprensione del motivo, ma nel meccanismo di selezione. Nei contesti fisici l’immagine esiste, è lì, indipendentemente da quante persone si fermano o per quanto tempo. Sui social, invece, prima ancora di essere vista, deve superare un filtro meccanizzato che decide se mostrarla o meno. Un filtro tarato su quali parametri?
4. Il motivo per cui ho scattato una determinata immagine fa parte di una ricerca personale o di un momento preciso, ma non credo sia qualcosa che debba diventare una spiegazione o una chiave obbligata di lettura per chi guarda.
Il senso dell’articolo, in sostanza, vuole essere questo: oggi esiste un sistema che decide cosa mostrare e cosa no senza alcun parametro sentimentale.
È una macchina, ed è normale che funzioni così, ma i criteri su cui si basa non hanno nulla a che vedere con il tipo di emozione che una fotografia può trasmettere o con la sua profondità.
È su questo scarto che nasce la mia riflessione.
Grazie ancora per il confronto, e a presto.
Allora Leonardo, la mia impressione (ma forse è solo un’impressione soltanto mia) è che hai mescolato non poco le cose:
Nell’articolo sei tu che ai differenziato il primo punto di ciò che per te è “centrale” (l’algoritmo non conosce il motivo per cui ho creato un’immagine)…dagli altri (“momento”, “stato d’animo” e “percorso”)… di conseguenza, come fai ora, sul punto “3” (sia algoritmo che persone sui social) a dirmi che la differenza non sta nella comprensione del motivo per cui l’hai creata, ma nel meccanismo di selezione?
Una qualsiasi persona, sfogliando immagini sul telefono (o sul computer), applica un meccanismo di selezione, come tu stesso hai ammesso in risposta, Indipendente dal motivo per il quale tu hai creato un’immagine.
Né l’algoritmo, né una persona fanno una selezione sulla base del motivo per cui tu l’hai creata…non so capisce pertanto la logica con la quale hai dettagliato quel punto!
Sulla tua risposta al punto “4” ne avevamo già parlato, ma a me sembra opportuno ribadire un concetto:
Se tu quella data immagine l’hai creata perché (come hai scritto in risposta) “fa parte di una tua ricerca personale” e/o “di un tuo momento preciso” significa che l’hai creata per “te” stesso, così come mi avevi già scritto in commenti ad articoli precedenti…
…se è così (e non dubito che sia così), perché ti interessa tanto il fatto che lui (l’algoritmo) “osserva solo cosa fanno gli altri davanti a quel contenuto”?
Infine parli di un “rischio”…e arrivi addirittura a definire quel “rischio”, dicendo che temi che “il sistema “PREMI” ciò che è “immediato, riconoscibile, facilmente leggibile, e già visto”.
Ma ti Leonardo ti stai davvero preoccupando di ciò che PREMIA il “sistema” sulla base dell’algoritmo?
Ora vorrei ricordarti che:
1) A Pistoia mi hai detto a voce che tu fotografi principalmente per te stesso…
2) Nel primo commento al tuo articolo “Contro l’ algoritmo social…” mi hai scritto in risposta al perché fai fotografia, che (testualmente) “pubblichi sui social senza inseguire i trend” e che “non ti interessano i like”.
3) In questa risposta mi scrivi che il motivo per cui crei una determinata immagine è per un momento preciso e per una “ricerca personale”
Tutto questo unito al fatto che:
4) A voce, a Pistoia, convenivi sul fatto che, quand’anche uno volesse far “uscire” la propria fotografia dalla propria ricerca introspettiva e volesse (se proprio ne dovesse sentire la necessità) mostrarla, diffonderla, e farla diventare comunicazione verso “gli altri”, la via preferibile da seguire era quella verso addetti ai lavori seri e competenti (curatori, galleristi, creatori e gestori di fiere, festival ecc.), e non certo quella dei social, dove si trova, nella maggior parte dei casi (e in tutti i sensi), una notevole mediocrità e superficialità (parliamo in percentuale, si intende..)…
Con tutto questo…
…partendo da tutto questo…
…appurato tutto questo…
…scrivi un articolo come questo… e, oltre alle incongruenze citate sopra, poni sia a te stesso che ai tuoi lettori una domanda su “quanto potete adattarvi all’algoritmo, senza perdere il senso di quello che create”?
Ciao Walter,
Parto da ciò che forse non sono riuscito a rendere abbastanza esplicito: nell’articolo non metto mai in discussione il motivo per cui creo un’immagine. Su quello, come giustamente ricordi, sono sempre stato coerente: fotografo per una ricerca personale, per un momento preciso, per me stesso. Questo non cambia, e non è mai stato in discussione.
Il punto dell’articolo non è l’atto creativo, ma ciò che accade dopo, nel momento in cui un lavoro viene immesso in un sistema di diffusione.
È vero, come dici, che anche una persona che scorre immagini sul telefono applica una selezione. Ma qui sta per me la differenza centrale:
una persona seleziona dopo aver visto, anche solo per un istante;
l’algoritmo seleziona prima, decidendo se quell’immagine potrà essere incontrata oppure no.
Quando nel punto 3 parlo di meccanismo di selezione, non lo contrappongo alla comprensione del motivo dell’autore, ma al diritto stesso dell’immagine di esistere nello spazio visibile. Nei contesti fisici, o anche in una fruizione umana diretta, l’opera c’è comunque. Sui social no: può non arrivare mai allo sguardo di nessuno.
Per quanto riguarda il punto 4, è vero: se creo per me stesso, potrei anche non pormi alcuna domanda su ciò che l’algoritmo “osserva”. E infatti, a livello creativo, non me la pongo.
La riflessione nasce però dal fatto che oggi, volenti o nolenti, molte persone affidano ai social la diffusione del proprio lavoro, anche quando la loro ricerca non nasce per quel contesto. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato, sto osservando una tensione che esiste.
Quando parlo di “rischio”, non intendo un rischio personale, né una preoccupazione per ciò che il sistema premia. Intendo un rischio più ampio: quello di confondere ciò che viene premiato con ciò che ha valore, soprattutto per chi è all’inizio o per chi cerca legittimazione attraverso la visibilità.
Ed è proprio per questo che la domanda finale non è una prescrizione, né un invito ad adattarsi, ma una domanda aperta. Non sto dicendo “adattiamoci all’algoritmo”, ma chiedendo:
fino a che punto ha senso interrogarsi su questo adattamento, senza snaturare il senso di ciò che si crea?
Per me la risposta personale è già chiara, e coincide con molte delle cose che hai ricordato. Ma l’articolo non nasce per ribadire una posizione individuale: nasce per mettere sul tavolo una contraddizione che oggi molti vivono, spesso senza nominarla.
Ti ringrazio davvero per averla portata a questo livello di profondità, perché è esattamente qui che il confronto diventa interessante.
Sai Leonardo, penso che ci siamo già conosciuti un pochino, bisogna pertanto essere “limpidi”, senza “girare” intorno a parole che, al terzo commento, dovrebbero ormai essere più che intelligibili.
Il senzo del mio secondo commento è sviluppato su due “piani” distinti:
1) Quello sulla “consapevolezza” di chi sceglie in base a cosa…
…in questo caso è logico che il mio primo commento, articolato su 4 (quattro) punti, era teso a farti capire che scrivere che l’algoritmo non ha accesso al motivo per cui hai creato un’immagine non solo non ha senso, ma non trova logica nemmeno nelle persone che capitano davanti a una tua immagine fisicamente… figuriamoci un algoritmo di un sistema.
I quattro punti erano funzionali a farti capire quanto quella specifica frase non aveva senso…
Quando poi, in questa tua ultima risposta, mi scrivi (testualmente):
“Quando nel punto 3 parlo di meccanismo di selezione, non lo contrappongo alla comprensione del motivo dell’ autore, ma al diritto stesso dell’ immagine di esistere nello spazio visibile”
AL DIRITTO STESSO DELL’ IMMAGINE DI ESISTERE NELLO SPAZIO VISIBILE?
Ma cosa stai scrivendo Leonardo?
Ogni tua immagine Leonardo (come quella di chiunque altro) ha diritto di esistere nel “tuo mondo”, nella “tua realtà”, nelle “tue stanze”, nel “tuo computer”, nei “tuoi album”, nei ,”tuoi cassetti”, nelle “pareti di casa tua”, ecc…
…ma nel momento in cui quella tua immagine “esce” dal “tuo contesto” e tu la “affidi” ad altre realtà, o altri “sistemi”, quella tua immagine ha diritto di “esistere” nello “spazio visibile” di quelle “realtà” o di quei “sistemi” solo perché qualcun altro te lo concede…
…e questo avviene sempre nel mondo “fisico”, sia che ti rivolgi a un comune per un’esposizione in una sala comunale, a un gallerista per un’esposizione in galleria, a un direttore di festival o fiere di fotografia, c’è sempre qualcuno che sceglie, seleziona, e decide se concederti o meno quello “spazio visibile…
…sui social… ci sono miliardi e miliardi di immagini che vengono “caricate” continuamente…e, anche lì, una qualche selezione, per cosa sarà più visibile e cosa sarà meno visibile è inevitabile che ci sia…
…non serve a niente, di conseguenza, scrivere che l’algoritmo non sa perché tu hai creato un’immagine…come non ha alcun senso scrivere che quella tua immagine ha diritto di esistere nello spazio visibile…e perché?
Perché la tua si, e quella di altri no…o quella di altri “meno”?
Possono essere visibili nei social miliardi e miliardi di immagini tutte allo stesso modo?No!
Quindi a cosa serve scrivere che la tua immagine HA DIRITTO DI ESISTERE NELLO SPAZIO VISIBILE?
La tua si, e quella di altri no?
O la tua di più e quella di altri meno?
Sulla base di cosa un’immagine dovrebbe prevalere su un’altra, o dovrebbe comunque avere una “priorità di visione” su un’altra?
Che senso ha scrivere, parlando di contenuti (testualmente):
“Alcuni vengono mostrati, altri si fermano quasi subito, indipendentemente da quanto, per me, siano importanti.”
Qual’è il senso di scrivere questo?
Ma perché? Se porti le tue immagini a un gallerista, oppure a un curatore di festival e fiere di fotografia, loro le accettano e te le espongono secondo, e sulla base di QUANTO PER TE SIANO IMPORTANTI?
E tornando ai social… visto che i miliardi e miliardi di fotografie caricate quotidianamente NON possono avere TUTTE la medesima visibilità né la medesima preferenza o priorità…quale dovrebbe essere SECONDO TE il criterio di selezione? In base a cosa?
Tutti quei punti, tutte quelle considerazioni che hai fatto nel video, non servono a niente, e non portano a niente…nel momento in cui una cosa è così, e funziona così, si prende atto di questo, senza mettersi a teorizzare su “emblemi dell’ovvio” come quello sul fatto che l’algoritmo non conosce il motivo per cui tu hai creato un’immagine, o il momento che stai cercando di raccontare, o il tuo stato d’animo, ecc.
Si prende atto di questo, dicevo, e semmai ci si chiede se non sia meglio lasciar perdere quella “via”…
…e questo ci porta al punto 2 (piano “2”) del mio precedente commento, che ti dettaglio, per motivi di lunghezza, in un commento separato.
Walter, provo a essere il più limpido possibile, proprio per evitare di continuare a girare intorno alle stesse parole.
Hai ragione su una cosa fondamentale, e non l’ho mai messa in discussione:
in qualunque contesto, fisico o digitale, c’è sempre qualcuno o qualcosa che seleziona. Un curatore, un gallerista, un direttore di festival, un editore. Su questo siamo perfettamente allineati.
Il punto dell’articolo, però, non è il fatto che esista una selezione.
È la natura di quella selezione e il piano su cui avviene.
Quando parlo di “spazio visibile” non sto rivendicando alcun diritto morale o prioritario per le mie immagini rispetto a quelle di altri. Non sto dicendo “la mia sì e quella degli altri no”, né “la mia di più”. Su questo forse mi sono espresso in modo infelice, e lo chiarisco volentieri.
Quello che intendo è questo:
nei contesti fisici l’opera, una volta accettata, esiste comunque come presenza. È lì, nel tempo e nello spazio, anche se nessuno si ferma a guardarla a lungo. Il criterio di selezione è umano, culturale, discutibile quanto vuoi, ma riconoscibile.
Sui social accade qualcosa di diverso:
la selezione non riguarda solo quale immagine entra, ma se e quanto un’immagine viene effettivamente resa incontrabile. Prima ancora dello sguardo umano, interviene un sistema che decide la distribuzione sulla base di parametri che non hanno alcuna relazione con il contenuto, ma solo con la reazione.
Quando scrivo che “alcuni vengono mostrati, altri si fermano quasi subito, indipendentemente da quanto per me siano importanti”, non sto dicendo che dovrebbero essere mostrati perché importanti per me. Sto descrivendo una frizione: il disallineamento tra valore soggettivo, valore culturale e valore algoritmico. Non una pretesa.
Sul fatto che l’algoritmo non conosca il motivo per cui creo un’immagine: non è un’ovvietà messa lì per lamentarsi. È il punto da cui nasce la riflessione sul limite dello strumento. Non un’accusa, non una richiesta di cambiamento, ma una constatazione.
Ed è proprio per questo che, come dici anche tu, la domanda finale non è “come adattarsi”, ma semmai se abbia senso continuare a usare quella via, e in che termini. L’articolo non propone soluzioni, né modelli alternativi: mette a fuoco una tensione che oggi molti vivono, spesso senza nominarla.
Se poi la conclusione personale è “meglio lasciar perdere quella via”, è una conclusione legittima. In molti casi, probabilmente, anche condivisibile. Ma il testo non nasce per chiudere il discorso: nasce per renderlo esplicito.
Sul punto 2 leggerò volentieri il tuo prossimo commento, così teniamo separati i piani, come è giusto che sia.
Allora Leonardo,
tu mi scrivi che provi ad essere il più limpido possibile, per evitare di girare intorno alle parole…ma, di fatto, è proprio quello che stai facendo, di “girare intorno alle parole”…ora provo a dimostrartelo:
Intanto quando dici che “nei contesti fisici l’opera, una volta accettata, esiste comunque nella presenza…”, quando scrivi questo hai di fatto saltato un passaggio… cioè il fatto che ha passato una “selezione”…in questa chiave, ci sono “tonnellate” e “tonnellate” di immagini che tale selezione (per diversi motivi) non la passano o non ci arrivano nemmeno…e che quindi nessuno le vedrà mai…
…di conseguenza, non puoi andare ad analizzare le potenziali differenze partendo da due piani e due livelli diversi.
Ma l’oggetto del contendere, tra i nostri commenti si sviluppa su un concetto ancora più importante:
Il fatto che tu ti metta a discutere sul tipo di selezione che fa l’algoritmo non ha alcun senso, come non ha senso l’analisi (che è un manifesto dell’ovvio) sul fatto che tale selezione non tiene conto del motivo per cui tu hai creato un’immagine (da qui, il mio primo commento e la prima parte del secondo e del terzo).
Ti dirò di più, avrebbe molto ma molto più senso discutere sulla tendenza delle scelte nelle selezioni che fanno galleristi, curatori, e addetti ai lavori, che discutere e analizzare sella scelta e selezione impostata dall’algoritmo…
… pertanto cosa serve analizzarla, o quantomeno analizzarla mettendo in pista logiche come:
_ il motivo per cui hai creato un’immagine
_ il momento che cerchi di raccontare
_ il tuo stato d’animo
_ il percorso dietro al lavoro
a cosa serve? Leonardo a cosa?
È scontato, appurato, risaputo e universalmente accettato (almeno da chi decide di servirsene) che l’algoritmo sui social funziona seguendo determinate logiche, e che non è possibile che tutti i miliardi di immagini abbiano la stessa visibilità e la stessa priorità!
Punto!
O lo accetti o non lo accetti…o ci stai fuori (e te ne freghi della sua selezione) o ci stai dentro (e te ne freghi ugualmente della sua selezione)…
…ma scrivere, come fai tu che
“Il fatto che il pubblico non è il primo interlocutore, è una cosa che inizialmente faticavo ad accettare”…
…che senso ha?
A parte il fatto che nemmeno in gallerie, fiere e festival il pubblico è il primo interlocutore (perché per arrivare al pubblico, le tue fotografie devono passare attraverso l’ analisi e l’ accettazione di galleristi, curatori, ecc)…
…ma poi, è così… il sistema, con la gigantesca mole di immagini da selezionare, impone e affida all’ algoritmo scelte su altri parametri…o lo accetti o non lo accetti, non ha senso analizzare cose risapute e perfino palesemente ovvie (come il fatto che l’algoritmo non conosce il motivo per cui hai creato un’immagine e/o non conosce il tuo “stato d’animo”…non gliene frega niente a un gallerista del tuo “stato d’animo” vuoi che gli importi qualcosa all’algoritmo?
Verso la fine del commento poi, continui a “girare intorno alle parole” facendo finta di non capire (perché hai capito benissimo, ma non ammetti di aver scritto quello che hai scritto)…tu ORA scrivi in questa risposta (sempre testualmente):
“…la domanda finale non è “come adattarsi”, ma semmai se abbia senso continuare a usare quella via, e in che termini”
…mentre nell’ articolo hai scritto (testualmente):
“QUANTO posso ADATTARE il mio linguaggio a ciò che funziona, senza perdere ciò che mi interessa davvero raccontare?”
ATTENZIONE: Non hai scritto NON ha senso adattarsi, e chiedersi se ha senso usare quella via, come scrivi ora…e NON hai nemmeno scritto “SE” è il caso o meno di adattarsi, mettendo in discussione se fosse il caso o no…hai scritto QUANTO puoi adattare… DANDO COSÌ PER SCONTATO CHE TU SEI CERTAMENTE DISPOSTO AD ADATTARTI ALL’ALGORITMO… poi bisogna vedere QUANTO, ma il fatto che sei disposto ad adattarti è scontato.
Quindi Leonardo, il tuo è un continuo girare intorno alle parole, facendo finta di non capire, altrimenti queste cose non le scriveresti e non cadresti continuamente in contraddizioni.
… continua dal commento precedente:
2)
Prima di arrivare al “nocciolo” del discorso, partiamo da un paio di passaggi che hai scritto in risposta:
“… intendo un rischio più ampio: quello di confondere ciò che viene premiato con ciò che ha valore, soprattutto per chi è all’inizio o chi cerca legittimazione attraverso la visibilità”.
A questo punto ti devo chiedere:
Cosa è che ha “valore”?
Sulla base di cosa una fotografia ha “valore”?
E visto che tu non sei all’inizio, forse sei (di conseguenza) uno che cerca legittimazione attraverso la visibilità? Visto che subito di seguito alla descrizione di quel “rischio” nell’articolo, tu hai ben specificato:
“Ed è qui che, almeno per me, nasce il conflitto:
quanto posso adattare il mio linguaggio a ciò che funziona, senza perdere ciò che mi interessa davvero raccontare?”
Quindi tu sei uno che cerca una legittimazione attraverso la visibilità? E perché?
Sorvoliamo poi sulla frase dell’ articolo che si innesta direttamente su questo:
“L’ arte non nasce per superare un test”…
…(sulla quale ti avevo già inviato a prestare attenzione, ma vedo che insisti nel reiterare l’errore di “contestualizzazione”)…
Per arrivare infine al “nocciolo”, riprendiamo da parte di quello che hai scritto in quest’ultima risposta (testualmente):
“… è vero, se creo per me stesso, potrei anche non pormi alcuna domanda su ciò che l’algoritmo osserva. E infatti, a livello creativo, non me la pongo…”
Già su questo passaggio NON sei affatto onesto, Leonardo… infatti, sei tu che scrivi:
“La domanda che mi pongo è: quanto possiamo adattarci all’algoritmo senza perdere il senso di quello che creiamo?”
E se ti poni questa domanda, significa che sei consapevolmente “condizionato” dall’algoritmo…di più, sei consapevolmente disposto ad adattarti a lui, modificando il tuo processo creativo, fino a quando tu stabilisci che se tu andassi “oltre”, perderesti “il senso di quello che crei”.
Questo è quello che dicono le tue parole Leonardo, e questo è quello che significano (le parole stanno tutte dentro il dizionario, e non possiamo “nasconderci” da quello che scriviamo…).
Quindi SI che te la poni quella domanda…e non puoi dire che non te la poni a livello creativo… né che non ne sei condizionato…sei certamente condizionato, e la domanda non è “SE” ne sei condizionato…ma QUANTO ne sei condizionato, anche a livello creativo.
Chi non se la pone quella domanda, è chi non ci pubblica sui social, o chi non gliene importa proprio niente di cosa fa l’ algoritmo, o su quali basi l’ algoritmo sceglie, seleziona, ecc.
Quindi cerchiamo di non mentire a “noi stessi”.
Poi continui quel passaggio (sempre testualmente):
“La riflessione nasce però dal fatto che oggi, volenti o nolenti, molte persone si affidano ai social la diffusione del proprio lavoro, anche quando la loro ricerca non nasce per quel contesto.”
Eh NO Leonardo!
Proprio NO!
Non è affatto volenti o NOLENTI!
Assolutamente NO!
È solo ed esclusivamente Volenti.
Non è una cosa che “casca dall’alto”, o che “subisci anche contro la tua volontà”, non puoi “aggirare” l’accezione del termine che significa “che tu lo voglia o no”… facciamo un po’ di attenzione quando si scrivono certe cose…
C’è una precisa volontà, nell’azione di caricare, postare, pubblicare, esporre ecc. la propria fotografia sui social, non c’è nessun obbligo!
E dietro questo, spesso… anzi, molto spesso, c’è la volontà di farsi vedere, di “apparire”, di farsi conoscere… e allora…
…per voi che cercate continuamente delle “vetrine”, invece di domandarvi fino a che punto potreste o dovreste adattarvi alle logiche dell’algoritmo, senza perdere il senso di quello che create… perché non cominciate a domandarvi il perché cercate quelle “vetrine”?
E invece di domandarvi fino a che punto (testualmente: “quanto possiamo adattarci”)… perché non ragionate sul fatto che:
se anche un minimo vi adattate o vi siete adattati, lo avete già perso il senso di quello che create… perché, di fatto, “adattandovi” avete già modificato (poco o tanto) il senso di quello che avreste prodotto senza nemmeno essersi posto il pensiero di pubblicare sui social, di cosa fa l’algoritmo, ecc.
Per voi che cercate continuamente delle “vetrine” domandatevi il perché cercate quelle “vetrine”, e cosa si nasconde dietro la logica di quelle “vetrine”.
… SEGUE :
Parto da ciò che voglio chiarire senza equivoci: io non adatto il mio processo creativo all’algoritmo. Non seguo trend, non modifico il mio linguaggio fotografico per funzionare meglio sui social, e non costruisco le immagini pensando a come verranno performate. Su questo, per quanto mi riguarda, non c’è ambiguità.
La domanda “quanto possiamo adattarci all’algoritmo” non nasce da una mia disponibilità ad adattarmi, ma da una riflessione su una tensione che osservo. Porsi una domanda non significa dichiarare un’intenzione operativa, ma cercare di mettere a fuoco un fenomeno.
Quando parlo di “rischio”, non sto parlando di me né di una mia ricerca di legittimazione. Sto parlando soprattutto di chi è all’inizio, o di chi oggi entra nel mondo della fotografia in un contesto in cui la visibilità viene spesso scambiata per valore. Questo non significa che il valore sia misurabile, né che io lo misuri in questo modo.
Sul tema del “valore”: non credo esista un parametro oggettivo unico. Il valore, non è ciò che viene premiato da un sistema, ma ciò che resiste nel tempo, che costruisce un percorso, che trova interlocutori.
Vengo al punto “volenti o nolenti”. Qui non intendo un obbligo materiale a pubblicare: è evidente che nessuno è costretto. Quello che intendo è che oggi i social esistono come spazio di visibilità reale, nel bene e nel male, e incidono sul modo in cui il lavoro circola, anche per chi non li considera centrali. Non è un’imposizione, ma una condizione del contesto in cui viviamo. Ignorarla è una scelta legittima; osservarla criticamente, per me, lo è altrettanto.
Se per te la risposta più onesta è “lasciare completamente perdere quella via”, lo rispetto. La mia riflessione non dice il contrario. Dice solo che oggi quella via esiste, viene utilizzata da molti, e produce effetti culturali che, secondo me, vale la pena osservare e nominare, senza però farsi condizionare. In sostanza “non prenderci una fissa”.
C’è anche chi sceglie di non usare i social per il timore di diventarne dipendente (e fidati, Walter, queste persone esistono). In questo senso l’algoritmo è estremamente efficace: nei momenti in cui un contenuto riceve poca attenzione, il sistema è progettato per restituire piccoli segnali di gratificazione, proprio per mantenere attiva la relazione.
Un abbraccio
Leonardo
Anche in questo caso, tu mi scrivi che parti da ciò che vuoi chiarire senza equivoci, ma continui a “girare intorno alle parole”, nascondendo o cercando di rigirare ciò che quelle parole esprimono fin troppo chiaramente… infatti…ora, in risposta, mi scrivi:
“La domanda “quanto possiamo adattarci all’algoritmo” non nasce da una mia disponibilità ad adattarmi, ma da una riflessione su una tensione che osservo”
Mentre sull’articolo scrivi (sempre testualmente):
“Ed è qui che, almeno per ME nasce il conflitto: quanto POSSO adattare il MIO linguaggio a ciò che funziona, senza perdere ciò che MI interessa davvero raccontare?”
L’ INCOERENZA È EVIDENTISSIMA!
Ora Leonardo, non nascondiamoci dietro a un dito o dietro parole che ci smentiscono con il peso che la verità e l’evidenza può fare “sentire”…
Tu non hai fatto una riflessione su una tensione che hai osservato, scrivendo, per esempio:
“Una domanda per coloro che potenzialmente rimangono interessati a pubblicare le loro immagini sui social, nonostante la singolare selezione sulla priorità e sulla visibilità che impone l’algoritmo… potrebbe essere: è accettabile adattarsi, o adattare la propria fotografia, a quel sistema di selezione, sapendo che, poco o tanto, questo “adattamento” provocherà un condizionamento sulla propria fotografia?”
No!
Tu non hai scritto questo, cioè una domanda che deriva da una riflessione, non necessariamente sulla tua specifica fotografia, nata dall’osservazione di una “tensione”…
No!
Tu hai scritto che ALMENO PER ME … quindi per TE (Leonardo Bandinelli) nasce un conflitto, e TU tu chiedi: QUANTO (non “se”, ma “QUANTO”) posso (POSSO = IO = Leonardo Bandinelli) adattare il MIO linguaggio (MIO = sempre di Leonardo) a ciò che funziona (cioè a ciò che funziona per l’algoritmo), senza perdere ciò che MI interessa (che interessa a ME = Leonardo, visto poi che un attimo prima hai scritto ribadendo il concetto “Almeno per me”) raccontare?
Quindi Leonardo non rigirare i discorsi e le parole… l’ italiano è una lingua meravigliosa ed estremamente completa.
Anche sul “volenti o nolenti” ti stai arrampicando sugli specchi, perché non si può giocare con le parole…
… “volenti e nolenti” non si può applicare ad una scelta…una scelta libera e consapevole…ti faccio un esempio:
Uno può essere favorevole ai limiti di velocità sulla strada perché chi supera tali limiti diventa un pericolo non solo per sé stesso, ma anche e soprattutto per gli altri che invece li rispettano…ma nel contempo può essere contrario all’ obbligatorietà del casco per le motociclette, perché l’ eventuale danno nel non portarlo riguarderebbe sempre e solo se stesso e non gli altri pedoni, automobilisti, ecc…
Al di là delle sue idee, la legge gli IMPONE l’uso del casco… pena sanzioni, verbali, ritiri di patente (dopo tot punti) ecc….LUI Volente O NOLENTE deve sottostare a quella legge e portare sempre e comunque il casco! Che lui lo voglia oppure no, che lui sia d’accordo oppure no!
Nessuno, invece, è obbligato a postare la propria fotografia sui Social…il fatto che sia una pratica utilizzata da molti, non sposta il fatto indiscutibile che sia una scelta, e quindi il NOLENTE non esiste!
È una loro scelta consapevole che implica l’accettazione delle dinamiche del sistema, implicite nel sistema stesso…non possiamo e non ha senso porci domande o fare analisi che evidenziano il fatto che il sistema non conosce il mio stato d’animo, o non n conosce il perché ho creato quella immagine… il sistema è così, punto…o scelgo quel sistema o cambio sistema o faccio a meno del sistema…
Cosi come non ha senso chiederci o analizzare il perché quando vado in bicicletta non posso alzarmi in volo come con un elicottero, o impiegare meno tempo come in motocicletta, o non bagnarmi se piove come in automobile…ho scelto quel mezzo e mi devo compenetrate mentalmente in ciò che quel mezzo mi consente! Se mi va bene bene, se non mi va bene, cambio mezzo, o faccio anche a meno di un mezzo!
Tutto il resto sono discorsi che non servono.
Semmai, Leonardo, come ti ho già scritto nel precedente commento, la domanda logica che ti dovresti porre… tu, come tutti quelli come te, che cercate continuamente delle vetrine… è domandarvi perché (se è vero che fotografate per voi stessi… SE È VERO!) cercate continuamente quelle “vetrine” e cosa si nasconde dietro la logica di quelle “vetrine”.
Walter, riassumo e accorpo le tue due risposte in un’unica risposta, così da evitare di continuare a frammentare il discorso.
Credo che a questo punto emerga con chiarezza una differenza di approccio, più che una reale incomprensione. Tu stai leggendo le mie parole in modo letterale e logico-formale, come se ogni frase dovesse corrispondere a una dichiarazione operativa sul mio modo di fotografare. Io, invece, ho scritto un articolo riflessivo, non normativo, che prova a nominare una tensione culturale attuale, senza trasformarla né in una tesi da dimostrare né in un programma d’azione.
Quando nell’articolo uso espressioni come “almeno per me”, non sto affermando che io adatti, o intenda adattare, il mio linguaggio fotografico all’algoritmo. Sto dicendo che, da autore che osserva il contesto in cui oggi le immagini circolano, mi interrogo su una dinamica che riguarda molti. È una riflessione critica, non una disponibilità all’adattamento.
Capisco bene la tua posizione: per te la questione è semplice, o si accetta un sistema o lo si rifiuta, senza bisogno di ulteriori analisi. È una posizione coerente e legittima. La mia è diversa: ritengo che interrogarsi su un sistema, anche quando non lo si assume come riferimento centrale, non significhi giustificarlo né adeguarvisi, ma tentare di comprenderne i limiti e gli effetti culturali.
Sul punto “volenti o nolenti”, accolgo la tua precisazione linguistica. Il mio intento non era sostenere l’esistenza di un obbligo, ma descrivere una condizione di contesto: i social esistono, incidono sulla circolazione delle immagini e producono effetti culturali, anche su chi li utilizza in modo consapevole o marginale. Osservarli criticamente non equivale a subirli.
Il mio articolo non nasce per dimostrare che l’algoritmo sbaglia, né per rivendicare diritti di visibilità, né per mettere in discussione il fatto che ogni sistema di diffusione implichi una selezione. Nasce per condividere una riflessione personale su una tensione che considero reale e attuale.
Il tuo dissenso è chiaro, argomentato e rispettabile. A questo punto credo che le posizioni siano emerse in modo sufficiente da entrambe le parti. Direi quindi che possiamo serenamente fermarci qui, lasciando al testo il compito di parlare per sé e a chi legge la libertà di trarne le proprie conclusioni.
Un abbraccio e a presto!
Lasciamo pure perdere, e fermiamoci qui “serenamente”, come hai chiesto tu, per me non c’è problema…
…ma non puoi assolutamente cercare di dividere la questione su “interpretazioni”, come hai provato a dettagliare qui…
…nel mio precedente commento ti ho specificato tutti i passaggi che tu hai affermato in più riprese e che sono inequivocabili sul fatto che stavi e stai parlando proprio di te e del tuo “adattamento” al sistema…
…non ho assolutamente né tempo, né voglia di riprenderli e ripeterli…
…ma sono lì e sono chiarissimi e inconfutabili.