
Una rivoluzione silenziosa in tasca?
Da quando la fotografia esiste, l’abbiamo sempre vista come qualcosa di “serio”: macchine, obiettivi, attrezzatura, studio della luce, pellicola prima e digitale poi.
Oggi però il vero punto di svolta lo portiamo in tasca, tutti i giorni, senza quasi pensarci: lo smartphone.
Per molti è solo un telefono che fa belle foto, per me è diventato anche un medium autoriale, uno strumento con cui posso esprimere la mia visione in modo consapevole, esattamente come faccio con le mie fotocamere.
In questo articolo voglio raccontarti:
- che cosa intendo per fotografia autoriale
- perché lo smartphone non è solo un “surrogato” della macchina fotografica
- come sta democratizzando l’accesso alla creazione artistica
- quali nuove estetiche stanno nascendo
- quali sono, ancora oggi, i limiti tecnici e come li affronto con app e accessori dedicati
Il tutto da una prospettiva personale, da persona che ama il bianco e nero, il contrasto forte e un’idea precisa di autorialità.

Che cosa intendo per fotografia autoriale
Credo che possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che la fotografia autoriale non è “una foto fatta bene”, ma una fotografia che porta addosso una visione personale, riconoscibile e coerente.
Quando parlo di fotografia autoriale con smartphone, penso a questo:
- Intenzionalità espressiva
Non scatto perché la scena è “carina”, ma perché sento che quell’immagine ha un senso dentro un percorso, un progetto, un’ossessione visiva. - Coerenza stilistica
Nel tempo il mio modo di usare luce, ombre, inquadrature e soggetti diventa un linguaggio riconoscibile, anche se sto scattando “solo” con il telefono. - Approccio concettuale
Non è solo estetica. Dietro ci sono temi, domande, riflessioni: il rapporto con la città, la solitudine, la presenza umana, la memoria, il tempo. - Processo curato, anche se lo scatto è veloce
Il fatto che lo smartphone sia immediato non significa che il mio processo sia superficiale. Scelgo, scarto, post-produco, costruisco una sequenza.
La fotografia non è soltanto una questione di tecnica, ma di visione.
Uno smartphone non mi trasforma automaticamente in autore, ma può diventare un’estensione molto potente del mio sguardo, se lo uso con consapevolezza.

Lo smartphone come medium artistico, più di una “macchina fotografica piccola”
Negli ultimi anni gli smartphone sono cresciuti in modo impressionante: sensori migliori, obiettivi multipli, modalità ritratto, RAW, stabilizzazione, funzioni “pro”.
Ma se ci fermiamo alla scheda tecnica, perdiamo il punto.
Quello che ha cambiato davvero le regole del gioco è altro:
- lo smartphone è sempre con me
- scatto, guardo, edito e condivido dallo stesso oggetto
- la fotografia è passata dall’essere un atto “occasionale” a un flusso continuo
Prima portare una macchina fotografica implicava una decisione precisa.
Ora posso trasformare un dettaglio visto in strada, un riflesso su un vetro, una persona in controluce in un’immagine autoriale, in pochi istanti, senza aver pianificato nulla.
Questa immediatezza è una grande forza, ma anche un rischio:
- forza, perché permette di catturare attimi che con una macchina tradizionale perderei, perchè non sempre è con me
- rischio, perché potrei scivolare in una produzione compulsiva di immagini senza selezione, né profondità
Per questo, quando fotografo con lo smartphone, cerco di applicare la stessa disciplina che ho con le mie fotocamere: meno scatti, più attenzione, più intenzione.

Democratizzazione, più autori, più voci e più rumore
Un aspetto che trovo affascinante (e allo stesso tempo problematico) è la democratizzazione che lo smartphone ha portato nella fotografia.
Oggi chiunque abbia un telefono può:
- iniziare a sperimentare
- trovare un proprio linguaggio
- condividere il proprio lavoro con il mondo
Questo ha aperto spazi a voci che prima non sarebbero mai arrivate a esprimersi: giovani, persone lontane dai grandi centri culturali, contesti sociali marginalizzati.
È un enorme arricchimento dal punto di vista culturale.
Allo stesso tempo, però, viviamo in una saturazione iconica costante.
Sui social scorrono migliaia di immagini al giorno, molte belle, molte simili, pochissime davvero necessarie.
Come ci si distingue allora?
Per me la risposta è semplice, ma non facile:
- non è una gara a chi ha lo smartphone più recente
- non è una gara a chi pubblica di più
- è una questione di voce autoriale, di onestà, di coerenza nel tempo
Lo smartphone ha ampliato il numero di “fotografi potenziali”, ma non ha abolito la differenza tra immagine piacevole e immagine autoriale.

Nuove estetiche e linguaggi visivi nati dallo smartphone
La fotografia autoriale con smartphone non è la copia povera della fotografia “seria”.
Ha sviluppato un suo linguaggio specifico, legato proprio ai limiti e alle caratteristiche del mezzo.
Alcuni aspetti che vedo (e che vivo) in prima persona:
1. L’estetica del quotidiano
Avere sempre il telefono in tasca mi permette di lavorare sulla poesia del quotidiano.
Piccoli frammenti: un’ombra sul muro, un volto sfiorato dalla luce della metro, un dettaglio architettonico che normalmente ignorerei.
Lo smartphone è perfetto per questo tipo di fotografia:
discreta, rapida, intima, spesso a metà tra street, diario personale e ricerca formale.
2. Luce naturale e sensibilità luminosa
I sensori piccoli non amano la luce difficile, e questo, paradossalmente, mi ha aiutato a essere più attento.
Con lo smartphone:
- cerco spesso la luce naturale più pulita
- sfrutto controluce, ombre, riflessi, passaggi dal chiaro allo scuro
- imparo a dire anche “no, adesso non è il momento giusto per scattare”
Questa richiesta di attenzione alla luce, per me, avvicina lo smartphone alla fotografia “lenta”, riflessiva, anche se il gesto tecnico è istantaneo.
3. Immagini pensate per lo schermo
Una parte delle foto che realizzo con lo smartphone è inevitabilmente pensata per essere vista su uno schermo piccolo, spesso in verticale, all’interno di un flusso social.
Questo ha conseguenze:
- composizioni più dirette
- soggetti più leggibili subito
- contrasti pronunciati per reggere a colpo d’occhio
Ma preferisco comunque non uniformarmi troppo alle “ricette da algoritmo”.
Mi interessa rallentare lo sguardo, non inseguire solo l’effetto “wow” di un secondo.
4. Post-produzione come parte del linguaggio
La post-produzione è parte essenziale del mio modo di fotografare, anche da smartphone.
Uso app che lavorano sul “negativo digitale”, come Darkroom, che permette una gestione molto fine di:
- esposizione
- contrasto
- curve
La differenza, per me, è tutta nell’atteggiamento: non uso i preset per “truccare” la foto, ma come punto di partenza per rifinire un’idea.
La coerenza nasce nel tempo, lavorando sempre in una certa direzione.

Limiti tecnici, app e accessori: usare il vincolo come scelta consapevole
È inutile negarlo: rispetto a una fotocamera professionale, lo smartphone ha dei limiti reali.
I principali che incontro ogni giorno sono:
- sensore più piccolo
meno gamma dinamica, più rumore in condizioni di luce scarsa, più difficoltà a gestire alte luci e ombre profonde. Ma questo, come detto in precedenza, può essere anche un vantaggio - gestione della luce artificiale più complessa
sincronizzare flash esterni e controllare la luce in studio ad oggi è ancora impossibile (ad eccezione di Profoto - ottiche meno flessibili
anche con più fotocamere, rimane un sistema meno modulare rispetto a obiettivi intercambiabili
Come affronto tutto questo nella fotografia autoriale con smartphone?
- usando app “pro” che mi restituiscono il controllo manuale (ISO, tempi, messa a fuoco, bilanciamento del bianco)
- lavorando quasi sempre in RAW/HEIC “avanzati” per avere più margine in post-produzione
- sfruttando accessori semplici ma efficaci, come piccoli treppiedi, piastre e supporti che mi permettono di fissare il telefono a stativi o luci continue
Quando serve, collego lo smartphone a fonti di luce continua e lo tratto come fosse una piccola macchina da studio, sapendo però che sto lavorando dentro un perimetro diverso rispetto alle mie fotocamere principali.
In altre parole, accetto il limite come parte del linguaggio, non come difetto da nascondere.

Smartphone, intelligenza artificiale e identità dell’autore
C’è un ultimo tema che sento fortissimo: il rapporto tra smartphone, AI e autorialità.
Oggi gli algoritmi non solo correggono l’esposizione, ma:
- uniscono più scatti per aumentare la gamma dinamica
- riducono il rumore
- interpretano la scena e “decidono” cosa mostrarti
La frontiera tra “fotografia” e “immagine generata/rielaborata” è sempre più sottile.
Per questo, quando parlo di fotografia autoriale con smartphone, per me diventa ancora più importante:
- mantenere una posizione chiara sul mio modo di lavorare
- usare l’AI come strumento di supporto, non come sostituto della mia visione
- riconoscere che la vera differenza, alla fine, non la fa il software, ma la responsabilità dello sguardo
Lo smartphone è un dispositivo potentissimo, ma resta un mezzo.
L’autore, nel bene e nel male, siamo noi.
Cosa cambia e cosa resta centrale nella fotografia autoriale con smartphone
| Aspetto | Prima dello smartphone | Con la fotografia autoriale con smartphone | Cosa resta centrale |
|---|---|---|---|
| Accesso agli strumenti | Attrezzatura costosa, barriera alta | Telefono in tasca, accesso quasi universale | Consapevolezza e studio |
| Stile visivo | Legato a pellicola, obiettivi, processi lenti | Immediato, quotidiano, ibrido, spesso pensato per lo schermo | Coerenza nel tempo |
| Ruolo del fotografo | Figura separata, spesso percepita come “tecnica” | Autore, produser, narratore visivo nel flusso dei social | Visione personale e responsabilità |
| Post-produzione | Camera oscura o software su computer | App come Darkroom, editing diretto sul “negativo digitale” | Scelte intenzionali, non solo effetti |
| Rapporto con il pubblico | Mostre, libri, riviste | Social, piattaforme, schermi, interazione immediata | Onestà, profondità, autenticità |

E tu, che rapporto hai con lo smartphone nella tua fotografia?
Io vedo lo smartphone come uno degli strumenti con cui posso raccontare la mia visione, non come il sostituto delle fotocamere che uso da anni.
È un mezzo che mi costringe a fare i conti con immediatezza, saturazione di immagini, algoritmi e limiti tecnici, ma che allo stesso tempo mi offre una libertà enorme.
E tu?
Come vivi la fotografia con uno smartphone?
Lo senti come un alleato creativo, un “male necessario” o qualcosa che ancora non hai esplorato davvero?
Per concludere, ti ricordo che …
Trovi tutti i miei articoli a questo link e non dimenticarti di visitare la mia mostra virtuale a questo indirizzo.
Un abbraccio,
Leo

In questo articolo, Leonardo, sei partito con un titolo che si proponeva di affrontare un argomento specifico, ma in realtà ne hai mescolati due:
“La fotografia con lo smartphone”
e “La fotografia autoriale”…
…oltre al fatto che quando hai parlato di “IA” si è capito che non intendi usarla come “sostituto della tua visione” (e fin qui, è chiaro…) ma non ho capito affatto cosa intendi quando hai affermato che intendi usare l’IA come “strumento di supporto”…puoi spiegare cosa intendi?
1) LA FOTOGRAFIA CON LO SMARTPHONE
Sinceramente non capisco tutto il tuo entusiasmo Leonardo…
… capisco un’unica “logica” che hai dettagliato, e ma non comprendo le altre di “logiche”:
Logiche come quelle che, secondo te (e sottolineo secondo te), lo smartphone stia “democratizzando l’accesso alla creazione artistica”.
Ti avevo già inviato ad essere molto più prudente e cauto nell’uso del termine “Arte”, dal momento che, come in altre forme d’arte, anche in Fotografia è molto difficile arrivare veramente ad una reale e concreta “creazione artistica”…
…figuriamoci poi una “democratizzazione sull’accesso alla creazione artistica”…ma dai…con l’uso dello smartphone e la democratizzazione all’accesso di questo strumento fotografico, c’è stato semmai l’ effetto contrario… un’enorme livellamento verso il “basso” sulla “qualità” della Fotografia (o dovrei già parlare dell’ “immagine”) e, chiaramente, non mi riferisco all’estetica della fotografia.
…o logiche come quelle che, secondo te (sottolineo nuovamente il “secondo te”) possa essere un valore aggiunto (dalla frase “scatto, guardo, edito, e condivido dallo stesso oggetto”), il fatto di “editare” e “condividere” dallo stesso oggetto.
Ma di quale fotografia stai parlando Leonardo?
Perché vedi, la necessità di “editare” e “condividere” dallo stesso oggetto, sembra rispondere molto di più all’ urgenza di condividere con la “mamma” il tipo di pizza che stai mangiando, o il selfie con gli amici alla Fontana di Trevi, piuttosto che una fotografia di ricerca, per la quale (sempre se lo ritieni proprio necessario) hai tutto il tempo di “editare” e “condividere” per bene, a casa…
L’ unica “logica” che comprendo, di conseguenza, è quella che risponde al fatto che lo smartphone ce l’hai sempre dietro…
…ma a sembra decisamente un po’ troppo poco come elemento che possa essere determinante, anche perché esistono già da almeno mezzo secolo delle ottime fotocamere compatte che stanno nel taschino e che si possono portare sempre dietro; con l’avvento del digitale poi (se uno non vuole usare una compatta a pellicola), dimensioni e livello qualitativo nelle fotocamere compatte sono andate avanti come nel resto dei prodotti…e conosco personalmente decine e decine di persone che, pur avendo con sé anche lo smartphone, non escono mai (e sottolineo MAI) di casa senza la loro fotocamera compatta.
In conclusione, se a te piace molto fare fotografia con lo smartphone (o anche con quello), non c’è certamente niente di sbagliato o controproducente… personalmente però, è davvero distante “anni luce” dallo strumento che scelgo di usare per fare Fotografia.
2) LA FOTOGRAFIA AUTORIALE
Visto che in questo articolo hai “picchiato” parecchio (nel senso che ti ci sei soffermato parecchio) sulla “Fotografia Autoriale”, vorrei sfatare due “leggende” o se preferisci due “assunti”, che poi, in realtà non sono e non devono essere considerati “assunti”:
A)
Il fatto che in molti esaltano il termine “Fotografia Autoriale” come se il tipo di fotografia cui fa riferimento fosse intrinsecamente un “valore aggiunto”…non è così!
Non è affatto così!
Il fatto che la “Fotografia Autoriale” (prendiamo per comodità la tua stessa definizione) possa riflettere “una visione personale, riconoscibile e coerente” non gli dà mica un “valore aggiunto”!
Magari quel valore aggiunto glielo possono attribuire determinati “curatori” o “galleristi” che cercano una qualche sorta di “unicità”, e tra i diversi che, nel marasma, riescono ad “emergere”, grazie a quella logica altamente “discutibile”, qualcuno è diventato anche famoso ed apprezzato…ma da qui a dire che la sua fotografia abbia un “valore aggiunto” o che sia più “interessante”, “profonda” ed “emozionante” di moltissima fotografia non necessariamente “autoriale” c’è ne passa…e, di fatto, non è affatto così!
Nel complesso dei casi, personalmente trovo che la “fotografia autoriale” non sia affatto né migliore, né più interessante di altre fotografie…anzi, spesso la trovo decisamente meno interessante e meno suggeribile da inseguire per la propria fotografia.
B)
È importante, Leonardo, non confondere quella che effettivamente è o può essere definita “Fotografia Autoriale” con quella fotografia che si appoggia a “filoni” e “mode”.
Per spiegare meglio tale distinzione ti faccio un paio di esempi:
“Filoni” che col tempo sono diventare “mode”, come la “moda” di “Luci ed Ombre”… che, chiudendo esageratamente per non dire “irrealmente” le ombre per fare esaltare chiazze e squarci di luce, silhouettes ecc…hanno una lunga storia (ti potrei citare la storia da Fan Ho ad Alan Schaller, con migliaia di autori nel mezzo) e tra le migliaia e migliaia di fotografi (solo per considerare autori italiani) che hanno scelto quel filone…non c’è poi troppa differenza…
…guardando le tue fotografie Leonardo, o quelle di “Pinco Pallino”… nessuno dice, e non nessuno dirà mai (a meno che non lo fai dire da tuo “zio” o da tua “sorella”)…”questa è una fotografia di Leonardo Bandinelli, o quest’altra è di “Pinco Pallino”…no Leonardo… è anonima e resterà anonima nell’ infinito marasma del “filone” (o “moda”) delle luci ed ombre…la gente al massimo dirà “ecco un altro che fa il giochino di “luci ed ombre””.
Analogamente, per prendere un’altro “filone”, che a sua volta è diventato una “moda” è quello delle “sparaflashate” in faccia alla gente…
…è tanto un filone, e tanto una “moda” che ha fatto perfino nascere diversi gruppi, associazioni, club, ecc. tra i quali uno dei più noti è il “F.F.F.” (acronimo di “Full Frontal Flash”)…ma anche in questo caso, il prodotto… cioè una qualsivoglia fotografia di “Pinco Pallino” non è distintiva di quell’autore, ma solo di quel filone particolare…dove, vedendo una fotografia, non sai dire se è di Gareth Bragdon, di Pinco Pallino, o di Salvatore Matarazzo (di cui ne abbiamo già parlato e dai come la penso).
Pertanto chi fa sparaflashate in faccia alla gente o chi fa “Luci ed ombre” NON fa una “Fotografia Autoriale”, e quella NON è “Fotografia Autoriale” è un “Filone” con un “oceano” di indistinguibili persone che usano quella tecnica comune a milioni di persone.
La “Fotografia Autoriale” è una cosa diversa, che si basa realmente su un’autenticità e soprattutto una sorta di “unicità” diversa.
Tanto per fare, anche qui, due esempi specifici, la “fotografia autoriale” la si può riconoscere e definire (per esempio) nella fotografia di Franco Fontana (per fare un nome più storicizzato), come la si può riconoscere e definire (per esempio) nella fotografia di David LaChapelle (per fare un nome più giovane e attuale)…
…in quei casi, se si vede OVUNQUE nel mondo, una loro fotografia, nasce spontaneo dire: questa è la fotografia di Franco Fontana (che ho sempre apprezzato) e questa è la fotografia di David LaChapelle (che non mi è mai piaciuta…ma proprio per niente).
In conclusione Leonardo…occhio a non confondere “filoni” o “mode”, con la “Fotografia Autoriale”… perché sono due cose molto, ma molto, ma molto, ma molto diverse.
Carissimo Walter, ciao!
E’ da tanto che non ti sento ed è davvero un gran piacere ritrovarti.
Pensavo che i miei articoli ti avessero stancato!
Come sempre i tuoi interventi sono sempre molto ricchi e spingono a riflettere oltre la superficie.
Ma veniamo a Noi!
Hai sollevato osservazioni importanti e, te lo dico sinceramente, molte delle tue analisi le condivido altre, parliamone.
Soprattutto quando parli della differenza tra filone e autorialità, e quando metti in guardia dall’uso improprio di parole come “arte” o “democratizzazione”.
Hai perfettamente ragione: sono concetti delicati, e anch’io credo che vadano usati con molta attenzione.
Sul discorso smartphone, capisco il tuo punto di vista: la portabilità da sola non rende lo strumento “migliore” né rivoluzionario, e non nego che ci sia stato un grande livellamento verso il basso nella quantità e qualità delle immagini che circolano.
Il mio entusiasmo non nasce dal dispositivo in sé (su quello ti do pienamente ragione) ma dal fatto che, per la mia esperienza personale, lo smartphone mi sta permettendo di lavorare su certi aspetti del quotidiano che altrimenti perderei.
Questo non significa che sia uno strumento superiore, assolutamente!
A volte però, può essere utile: se lo si usa con criterio, lo smartphone permette di scattare immagini interessanti e può sorprendere per le soddisfazioni che sa dare.
Per quanto riguarda lo stile, accetto senza problemi la tua osservazione: sì, è vero, mi muovo dentro un linguaggio frequentato da tanti, e non ho certo la pretesa di essere “unico”. Ci mancherebbe.
Tuttavia, quando le persone iniziano a riconoscere il mio modo di fotografare, mi gratifica e sento di aver messo un tassello in più al mio percorso.
Non lo vivo assolutamente come un traguardo, ma come un semplice segnale che sto costruendo una coerenza.
Non sono migliore di altri, ma almeno sto seguendo un percorso che sento mio.
Ovviamente scattare in forte contrasto non è una mia invenzione.
Lo faccio perché, oggi, è il linguaggio con cui riesco a esprimere ciò che voglio dire, sia nella fotografia più artistica sia negli scatti di strada.
Sul tema IA: hai ragione a chiedere chiarimenti.
Quando parlo di “supporto”, intendo funzioni molto semplici come velocizzare certe operazioni ripetitive, pulire piccoli artefatti, gestire meglio i flussi).
È uno strumento tecnico, nulla di più.
Come sempre apprezzo molto la tua analisi perché mi costringe sempre a fare un passo in più nella chiarezza.
Il mio intento non è definire cosa sia fotografia autoriale in assoluto, né difendere a tutti i costi uno stile o uno strumento: è solo raccontare dove mi trovo oggi nel mio percorso, con i miei limiti, le mie scelte e la voglia di crescere.
E confrontarmi con te, te lo dico chiaramente, ma ormai già lo sai, mi porta ad auto-analizzarmi.
Un abbraccio,
Leonardo
Allora Leonardo, mi fa piacere che condividi molto di quello che ho scritto, a questo proposito, dopo i tuoi chiarimenti, ti dettaglio solo due ultime considerazioni:
Partiamo dall’ intelligenza artificiale:
Mi fa piacere che tu la usi soltanto per velocizzare alcune operazioni ripetitive, e non per “intaccare, modifiche o alterare la porzione di realtà che hai registrato (che però, in buona parte, fai già comunque con i programmi di fotoritocco), e che dovrebbe rimanere, in fotografia, una propria interpretazione di quella realtà.
Dal momento che tu non sei un fotografo di professione…e che, di conseguenza, non deve rispondere all’urgenza di consegnare un “lavoro”, io per come concepisco la fotografia preferirei svilupparmi tutto il processo “da solo”, per partire dallo scatto e arrivare alla stampa, in una “catena” completamente gestita da me…
…ma, giustamente, non tutti siamo uguali e se a te non disturba “delegare” all’ IA una parte del processo, fai bene a procedere così.
Per quanto riguarda il discorso sulle differenze tra fare “Fotografia Autoriale” e seguire “filoni” e “mode” consolidate e affollatissime, ti invito a meditarci bene sopra… perché sono differenze importanti e lampanti…e non possono nemmeno essere considerati concetti “opinabili”… proprio no!
Ora quando tu mi scrivi (testualmente):
“Tuttavia quando le persone iniziano a riconoscere il mio modo di fotografare, mi gratifica e sento di aver messo un tassello in più al mio percorso”.
… quando mi scrivi questo, Leonardo, benché lo scrivi con la consapevolezza e l’umiltà che ti contraddistingue, te lo dico nel modo più “soft” che conosco, e te lo dico, perché un po’ ci conosciamo e so di potertelo dire… ti invito a “stare attento”…a “contenere” e “calibrare” il peso di questi tuoi pensieri…
… è lungi da me, il voler “ridimensionare” i tuoi pensieri o i tuoi entusiasmi…ma tutto dipende da chi riconosce il tuo modo di fotografare e dove lo riconosce.
È logico che se lo fai vedere alla tua famiglia, o ai tuoi amici, o ai membri del fotoclub al quale potresti appartenere, o ai membri della community o canale YouTube che potresti appartenere…
…tutti costoro conoscono Leonardo, e sanno, dopo una, due, dieci o venti volte, dire (guardando il una foto tua mescolata ad altre) questa è di Bandinelli (in casa o tra gli amici)… oppure questa è o di “Leonardo Bandinelli”, o di “Pinco Pallino”, o di “Caio dei Cai” o di “Sempro Sempronio” o di “Ignoto degli Ignoti” (in mezzo ad altre di altri fotografi di quel fotoclub o di quella community di YouTube, perché ci sono già altri che fanno quel “filone” e quella “moda”…
…ma quando ti sposti dalla provincia o dalla regione… e in un’ipotetica rassegna in Sicilia o in Veneto, facessero un “test” con migliaia di immagini di migliaia di fotografi che fanno quel “filone”…chi lo riconosce Bandinelli?
Chi Leonardo, ti riconosce in mezzo a 20, o 50 o 100 o 1000 immagini che, ammettilo, sono molto molto simili e non sono per nulla (e sottolineo per NULLA) rappresentative di UN AUTORE, ma sono rappresentante di un “filone” che fanno in milioni e milioni di persone?
Per non parlare poi, se ti azzardi ad uscire dall’Italia…
Di conseguenza, Leonardo, te lo dico in modo gentile, ma te lo devo dire…non penso proprio che tu stia facendo una “Fotografia Autoriale”, vedo che insisti a definirla così, vedo che ripeti questo termine nelle definizioni e negli articoli del tuo Blog…
…ma credo proprio che NON sia corretto chiamarla così…
…di più NON credo che quella tua fotografia, seguendo quella “moda” e quel “filone” la sarà mai una “Fotografia Autoriale”…
…ma se quello è ciò che “senti”…
…se quello è ciò che vuoi “trasmettere” (perché tu sei uno di quelli che fotografano per “trasmettere”)…
…fai benissimo a continuare a seguire quel “filone”, e ci mancherebbe altro… è logico, è normale, e anche doveroso seguire la tua “spinta” e il tuo “essere”…
…ma non illuderti che tu stia facendo “Fotografia Autoriale” perché secondo il mio piccolissimo punto di vista…non è così.
Avresti molte più probabilità di fare “Fotografia Autoriale” aprendo una via nuova, con una visione nuova (in una direzione completamente diversa), che sia effettivamente riconoscibile nella sua “coerenza” e “unicità”…
…ma se la tua “spinta” è il tuo “essere” ti porta a mescolarti nell’ infinito “oceano” di immagini molto molto molto molto molto simili del bianco e nero ad alto contrasto con il “filone” e la “moda” delle “luci ed ombre”…allora goditi le tue immagini (molto simili a milioni altre…) che va benissimo, ma non pensare che tu stia facendo della “Fotografia Autoriale”.
Allora Walter,
Sul tema dell’IA confermo quanto già detto, quindi non riprendo nuovamente il discorso per evitare ripetizioni.
Per quanto riguarda invece il tema dei filoni e dell’autorialità, non posso che riconoscere ciò che dici: è vero, mi muovo dentro un linguaggio molto frequentato e non ho la presunzione di collocarmi fuori da esso. Sono perfettamente consapevole che alto contrasto, luci e ombre, minimalismi e silhouette appartengono a una tradizione vasta, ricca di autori straordinari e, allo stesso tempo, di migliaia di interpretazioni simili.
Il mio punto, però, è un altro: non sto rivendicando un’autorialità nel senso “alto” o assoluto del termine. Non pretendo certo di essere riconoscibile in mezzo a migliaia di fotografie simili sparse per l’Italia o nel mondo. Sarebbe ingenuo pensarlo.
Quando parlavo di “persone che iniziano a riconoscere il mio modo di fotografare”, mi riferivo a qualcosa di molto più semplice: chi segue il mio lavoro, nel tempo, nota una coerenza, un filo conduttore. Non lo vivo come un timbro definitivo o una firma indelebile, ma come una piccola tappa del mio percorso personale. Non è un valore assoluto: è solo una strada che, oggi, sento più vicina al mio modo di esprimermi.
So benissimo che seguire un filone non equivale a fare fotografia autoriale nel senso più rigoroso del termine. Però credo anche che una ricerca possa essere sincera e autentica anche quando attraversa territori già battuti. Non mi illudo di rompere schemi o aprire vie nuove, ma sto cercando di essere vero rispetto al linguaggio che sento mio in questo momento.
Grazie, come sempre, per i tuoi spunti diretti e preziosi.
Va bene Leonardo, ho capito fin troppo bene il tuo discorso sul tuo percorso…
…ti devi però mettere un po’ d’accordo con te stesso e con i termini che usi:
Da una parte continui a parlare di “Fotografia Autoriale” nei tuoi articoli, anche riferito alla tua fotografia e alla prospettiva della tua fotografia…
…nello stesso tempo dai tu stesso la definizione di Fotografia Autoriale (testualmente):
“una visione personale, riconoscibile e coerente”
…e ora ammetti che la tua fotografia non è affatto né una visione personale, né è riconoscibile…
…di conseguenza, è di tutta evidenza che non puo’ essere definita “Fotografia Autoriale”, né potrà esserla definita nel futuro.
Questa consapevolezza dovrebbe allora spingerti a non definirla “Autoriale” ne a parlare della “Fotografia Autoriale” nei tuoi articoli…a meno che tu non parli di veri “Autori”…
Allora Walter,
capisco il punto e provo a sintetizzare meglio la mia posizione. Quando nei miei articoli uso il termine “fotografia autoriale”, non lo faccio per attribuirlo automaticamente al mio lavoro, né per dire che la mia fotografia sia già riconoscibile o unica in senso assoluto.
Mi riferisco più all’approccio: all’idea di lavorare con intenzione, coerenza e ricerca personale, anche dentro un linguaggio frequentato. È un percorso a cui mi avvicino, non un traguardo che rivendico.
Quando parlavo di persone che riconoscono il mio modo di fotografare, intendevo un contesto legato a chi segue il mio lavoro (non la famiglia, non gli amici, non i circoli).
Ci sentiamo alle prossime “frustate”.
Scherzi a parte, sai che non me la prendo e che faccio tesoro di ciò che scrivi, sempre.
A presto!
Ma vedi Leonardo, quando uno legge questo tuo articolo, che è debitamente diviso in piccoli paragrafi…e, al primo paragrafo si legge in grassetto:
“Che cosa intendo per Fotografia Autoriale”
…e dentro quel paragrafo, tu stesso dai quella definizione, e subito dopo dettagli determinati “punti”… e in quei punti scrivi (testualmente):
“Nel tempo il MIO modo di usare luce, ombre, inquadrature e soggetti, diventa un linguaggio riconoscibile…”
… quando scrivi questo… è chiarissimo che stai parlando della TUA fotografia, dettagliata sotto il paragrafo “Che cosa intendo per Fotografia Autoriale”.
Non mi venire pertanto a dire ORA che “Quando nei miei articoli uso il termine Fotografia Autoriale, non lo faccio per attribuirlo al mio lavoro…”
Certo che lo hai fatto Leonardo, certo che lo hai attribuito al TUO lavoro e alla TUA fotografia…eh, lo hai scritto a chiare lettere…non puoi negarlo ora…
Inoltre, quando ORA mi scrivi che ti riferisci all’approccio, all’ idea di lavorare con intenzione, coerenza ecc… non puoi snaturare la definizione che TU STESSO hai dettagliato.
Perché l’approccio, l’ idea di lavorare con intenzione, con coerenza ecc. lo puoi trovare in tutte le fotografie di genere: dalla ritrattistica alla fotografia di strada, dalla paesaggistica alla fotografia di architettura, dalla fotografia naturalistica alla fotografia di nudo, ecc. ecc. ecc…MA LA FOTOGRAFIA AUTORIALE È UN’ALTRA COSA.
È importante quindi anche scrivere con attenzione senza cadere in palesi contraddizioni.
Inoltre, come ti ho già scritto, al contrario di ciò che sostengono in molti, io penso proprio che la Fotografia Autoriale non sia una garanzia di una Fotografia migliore, né fatta meglio, né più profonda, né più importante, né tantomeno più emozionante…anzi…
Per ultimo, vorrei ricordarti che queste non sono affatto “frustate”…
…io non sono né un Maestro, né un Professore, né un insegnante, né un docente di fotografia…sono soltanto uno che è passato di qua’, ha dato una letta ai tuoi articoli, e ti ha dettagliato il suo parere…che è quel che è, e che vale quel che vale… cioè vale quanto quello di chiunque…
…non ho, né avrò mai, l’intenzione di insegnarti niente, né di farti cambiare idea su qualcosa… tutto ciò che ti scrivo, tu prendilo con le “pinze” e filtralo attraverso un filtro dalle maglie finissime, dettate dalla tua esperienza, dalla tua espressività, dalla tua creatività e soprattutto dalla tua sensibilità.
Un parere è un parere…
…e il parere di uno vale uno…
…e io poi…non sono nessuno.
Allora Walter,
capisco perfettamente il punto che evidenzi e hai ragione sul fatto che, rileggendo quel passaggio, la formulazione lascia intendere un’associazione diretta con il mio lavoro. È stato un modo poco preciso di esprimermi, e la tua osservazione mi aiuta a rendermene conto.
L’intenzione non era quella di autoattribuirmi un’etichetta, ma di riflettere su un certo approccio. Però è vero che il modo in cui ho scritto può generare fraintendimenti, e alla prossima revisione cercherò di essere più chiaro e più cauto nei termini.
Sul resto, prendo semplicemente il tuo parere come tale, un punto di vista, espresso con onestà e senza pretese di verità assoluta.
A presto e grazie.