Comunicazione efficace nella fotografia artistica.
La fotografia artistica non è semplicemente l’atto tecnico di catturare luce e immagine; è un linguaggio visivo complesso che si colloca all’incrocio tra arte, psicologia, comunicazione e tecnologia.
Negli ultimi decenni, la trasformazione digitale ha reso accessibile a milioni di persone lo strumento fotografico, ma ha anche saturato il panorama visivo con un flusso incessante di immagini.

Connessione emotiva attraverso autenticità e vulnerabilità.
La fotografia come atto relazionale.
Se prendiamo la fotografia di ritratto, questa non può essere ridotta a una mera registrazione ottica.
Per quanto mi riguarda, non si tratta più di realizzare soltanto una bella fotografia.
Quando si ha a che fare con le persone, deve scattare quel processo relazionale in cui il fotografo e il soggetto entrano in un dialogo silenzioso, spesso carico di emozioni, aspettative e tensioni.
Chi guarda una fotografia deve percepire questo concetto e il concetto chiave qui è l’autenticità: non nel senso di verità oggettiva, ma come capacità di rivelare l’essenza interiore del soggetto.
L’autenticità non è qualcosa che si “cattura”, ma qualcosa che si “invita” a emergere.
Per farlo, il fotografo deve agire come un facilitatore empatico, capace di creare uno spazio sicuro in cui il soggetto possa abbassare le maschere sociali e mostrarsi vulnerabile.
Ascolto attivo e comunicazione non verbale.
Uno dei pilastri della comunicazione efficace nel contesto fotografico è l’ascolto attivo.
Questo non significa semplicemente ascoltare le parole del soggetto, ma osservare attentamente il linguaggio del corpo, le espressioni facciali, i gesti e i micro-movimenti che rivelano stati emotivi non verbali.
Il fotografo deve essere anche psicologo.
Ogni dettaglio, un battito di ciglia, una contrazione delle labbra, una postura leggermente inclinata, comunica emozioni e storie che possono essere tradotte visivamente attraverso l’inquadratura, la luce e la composizione.
La comunicazione non verbale è altrettanto cruciale tra fotografo e soggetto.
Un sorriso genuino, un cenno del capo, un tono di voce calmo possono trasmettere accoglienza e fiducia molto più efficacemente di lunghe spiegazioni tecniche.
Al contrario, un atteggiamento autoritario, distaccato o frettoloso può innescare ansia e rigidità nel soggetto, compromettendo l’autenticità dell’immagine finale.
Tono di voce, feedback positivo e motivazione.
Il modo in cui il fotografo parla durante lo shooting influisce profondamente sul clima emotivo della sessione: un tono rassicurante e incoraggiante aiuta il soggetto a sentirsi valorizzato e accolto.
Inoltre, il feedback positivo gioca un ruolo motivazionale fondamentale: mostrare al soggetto alcuni scatti durante la sessione, commentando con frasi come “Stai benissimo in questa posa” o “La tua espressione è fantastica”, rafforza la sua autostima e lo incoraggia a continuare a esprimersi liberamente.
Autoconsapevolezza del fotografo.
Un aspetto spesso trascurato è la gestione delle emozioni del fotografo stesso.
Durante uno shooting, il fotografo può provare frustrazione, ansia o impazienza, ma reagire con irritazione può rompere immediatamente la connessione.
L’intelligenza emotiva richiede autoconsapevolezza: essere consapevoli delle proprie emozioni è fondamentale per evitare che influenzino negativamente l’atmosfera dello shooting.
Un fotografo che riesce a mantenere la calma, respirare profondamente e chiedersi “Come posso aiutare questa persona a sentirsi più rilassata?” dimostra empatia e leadership emotiva.
Creazione di un ambiente confortevole.
Anche l’ambiente fisico e psicologico in cui avviene lo shooting è determinante per il successo della sessione: il soggetto deve sentirsi a proprio agio, libero da giudizi e pressioni.
Questo ad esempio può essere ottenuto attraverso: illuminazione ambientale morbida e naturale, musica di sottofondo rilassante, approccio non invasivo e rispettoso dei tempi del soggetto.
Guida empatica e rispetto del ritmo del soggetto.
La “guida empatica” è un concetto centrale nella pratica del ritratto autentico.
Significa sapere quando intervenire con indicazioni precise e quando invece lasciare che il momento si sviluppi naturalmente.
Un fotografo troppo diretto può risultare manipolativo, mentre uno troppo passivo può lasciare il soggetto spaesato: l’equilibrio sta nel dirigere con delicatezza, rispettando il ritmo emotivo del soggetto.
Questa sensibilità richiede esperienza, intuito e una profonda comprensione della psicologia umana.
Vulnerabilità come chiave dell’autenticità.
Infine, la vera autenticità emerge quando il soggetto si sente autorizzato a essere vulnerabile.
La vulnerabilità non è debolezza, ma coraggio: il coraggio di mostrarsi per quello che si è, con tutte le imperfezioni, le emozioni represse e le storie non dette.
Il fotografo ha il compito etico di creare uno spazio in cui questa vulnerabilità possa emergere senza paura di giudizio.
Questo processo richiede tempo, pazienza e una relazione di fiducia reciproca.

Psicologia del bianco e nero in fotografia.
Il bianco e nero come linguaggio percettivo.
Per quanto mi riguarda, la scelta tra bianco e nero e colore non è solo estetica, ma cognitiva ed emotiva.
Nella fotografia artistica, il bianco e nero lo preferisco al colore, perchè elimina una dimensione fondamentale della percezione visiva, il colore appunto, per focalizzarsi su altre: contrasto, forma, texture, luce e ombra.
Questa semplificazione forzata ha effetti profondi sulla psicologia dello spettatore.
Drammaticità ed emozione.
Inoltre il bianco e nero ha una capacità unica di intensificare l’emozione.
Senza la distrazione del colore, lo sguardo è attratto dagli occhi, dalle rughe, dalle ombre sul volto, elementi che rivelano l’anima del soggetto.
Questa profondità emotiva è confermata dal fatto che il bianco e nero ispira l’immaginazione dello spettatore e lo porta a completare il quadro con la propria interpretazione.
Contrasto e dettagli.
Un altro aspetto importante è che l’assenza di colore permette al contrasto di diventare il protagonista.
Le sfumature di grigio delineano i dettagli in modo sorprendente, regalando alle immagini una profondità che il colore potrebbe spesso offuscare.
Questo è particolarmente vero nei ritratti, dove le ombre possono rivelare tensioni interiori, mentre le luci possono illuminare speranze nascoste.
Retrospettiva e nostalgia.
Questo è un dato di fatto: il bianco e nero evoca inevitabilmente il passato.
La sua estetica senza tempo trasporta lo spettatore in epoche passate, creando un senso di nostalgia e continuità.
Questo effetto è particolarmente potente in contesti narrativi, dove il bianco e nero può funzionare come un segnale visivo di memoria.

Strategie di coinvolgimento del pubblico.
La fotografia come dialogo.
Oggi, con i social media, la fotografia non è più un monologo, ma un dialogo.
Gli artisti usano queste piattaforme per mostrare il proprio lavoro e parlare direttamente con un pubblico enorme.
Questa interazione costante trasforma la fotografia: non è solo qualcosa da guardare, ma qualcosa a cui si può partecipare.
Per questo, chi fotografa deve imparare a raccontare storie in modo intelligente.
L’obiettivo è creare curiosità, dimostrare credibilità e accendere un desiderio di vedere ancora di più.
Curiosità: il potere del mistero.
Il bianco e nero gioca su un senso di mistero: eliminando i colori, non mostra tutto, spingendo chi guarda a usare l’immaginazione.
Così, un’immagine con dettagli enigmatici o una storia appena accennata costringe le persone a fermarsi, a riflettere e a chiedersi cosa ci sia davvero dietro.
Desiderio: emozione e identificazione.
Il terzo e ultimo elemento è il desiderio, che non è un concetto banale.
Non parlo di desiderio fisico, ma di qualcosa di molto più profondo: il desiderio di appartenere, di essere visti e di vivere certe emozioni.
Una fotografia che tocca queste corde profonde genera un forte coinvolgimento emotivo.
Quando lo spettatore si identifica con il soggetto o con la storia che stai raccontando, l’immagine diventa personale, intima e impossibile da dimenticare.

Riassumendo.
| Concetto Chiave | Descrizione Dettagliata |
|---|---|
| Fotografia come comunicazione | Non è solo un atto tecnico, ma un linguaggio visivo complesso che si trova all’incrocio tra arte e psicologia, con l’obiettivo di creare una connessione emotiva autentica tra fotografo, soggetto e pubblico. |
| Connessione emotiva e vulnerabilità | L’autenticità in un ritratto si “invita”, non si “cattura”. Il fotografo agisce come un facilitatore empatico che crea uno spazio sicuro, permettendo al soggetto di mostrarsi in modo vulnerabile e genuino. |
| Ascolto attivo e non verbale | La comunicazione efficace si basa sulla capacità di osservare e interpretare il linguaggio del corpo, i gesti e i micro-movimenti. L’atteggiamento del fotografo (calma, empatia) è cruciale per stabilire un rapporto di fiducia. |
| Psicologia del bianco e nero | Rimuove il colore per focalizzarsi su contrasto, forma, luce e ombra, intensificando l’emozione e il dramma. Il bianco e nero invita lo spettatore a una partecipazione più attiva, aggiungendo un senso di atemporalità. |
| Pensiero preventivo | La sfida del fotografo moderno non è solo catturare un’immagine, ma avere un’intenzione chiara dietro ogni scatto, evitando l’uso del bianco e nero solo come “effetto” e valorizzando la pianificazione concettuale. |
| Strategie di coinvolgimento | Nell’era digitale, l’arte deve suscitare **curiosità** (con il mistero), costruire **credibilità** (con l’autenticità) e stimolare il **desiderio** (attraverso l’emozione), trasformando la fotografia in un dialogo continuo con il pubblico. |
Conclusioni.
Questa proposta di ricerca dimostra che la fotografia artistica contemporanea richiede un approccio multidisciplinare, che integri psicologia, comunicazione, estetica e tecnologia.
Il fotografo non è più solo un tecnico dell’immagine, ma un narratore, un terapeuta, un mediatore culturale.
Il modello proposto, basato su connessione emotiva, psicologia del bianco e nero e strategie narrative, offre una cornice teorica e pratica per sviluppare immagini autentiche, emotivamente potenti e socialmente rilevanti.
La sfida futura sarà quella di bilanciare l’accessibilità digitale con la profondità artistica, evitando la deriva del “bianco e nero a tentativi” e ripristinando il valore del pensiero preventivo.
Solo così la fotografia potrà continuare a essere un oggetto culturale in continuo aggiornamento.
Una domanda per te.
La scelta tra bianco e nero e colore è un passo fondamentale nel processo creativo.
Qual è la tua preferenza?
Raccontami nei commenti se, per te, il bianco e nero è solo una questione di estetica o se è un modo per raccontare un’emozione più profonda.
Un Abbraccio
Leo
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Tu parli di “Fotografia artistica”, devo quindi farti un paio di domande:
1) Come si definisce una fotografia “artistica? In altre parole che cos’ è una fotografia “artistica”?
2) Una volta che sei riuscito a definirla…SE riesci a definirla, qual’è la fotografia che non può essere definita “artistica”?
Entrando poi nel merito dell’articolo:
Tu scrivi sulla ritrattistica:
“Quando si ha a che fare con le persone deve scattare quel processo relazionale in cui il fotografo è il soggetto entrano in un dialogo silenzioso, spesso carico di emozioni, aspettative e tensioni”
…deve?…E questo chi lo dice? E perché?
Ho visto migliaia di immagini (ritratti) fatte da fotografi che hanno impostato con il soggetto quel “processo relazionale” che sono tuttavia rimaste assolutamente vuote e inespressive…
…al contrario, ho visto migliaia di immagini (ritratti) dove il fotografo ha scattato con il soggetto assolutamente inconsapevole, ma quel fotografo ha saputo cogliere il momento in cui l’espressione, l’atteggiamento e la naturalezza registrata conferivano alla fotografia tutto il mondo del soggetto stesso, tutta la sua vita, tutta la sua personalità…e l’immagine si accendeva di “luce propria”, vibrava carica di tensioni ed emozioni.
Poi ancora scrivi:
“Chi guarda una fotografia deve percepire questo concetto, e il concetto chiave qui è l’autenticità non nel senso di verità oggettiva,ma come capacità di rivelare l’essenza interiore del soggetto”
…e subito dopo:
“L’autenticità non è qualcosa che si cattura, ma qualcosa che si invita ad emergere”
Ma queste cose chi te le racconta Leonardo?
Sappiamo ormai che tu qui scrivi di tue esperienze personali, e che non vorresti rendere questi concetti “universali” (ne abbiamo già parlato)…ma è proprio quello che stai facendo!
Tu li scrivi ancora e ancora come se fossero verità! (e non come la via che TU hai scelto per la TUA ritrattistica).
Non è così Leonardo, e non puoi scrivere quelle cose in quei termini!
PER INCISO:
Nel momento in cui il fotografo sceglie di operare (nella ritrattistica) con il soggetto consapevole, con l’inserimento (per usare le tue stesse parole) di “un processo relazionale”…il soggetto stesso (TUTTI quei soggetti…e sottolineo TUTTI) è fortemente condizionato da quella situazione, da quel processo, dal fatto che stai cercando di “congelare” determinate espressioni, dal fatto che pensa a come “apparire” o a come “apparirà” la sua immagine nel futuro, per tutti coloro che la osserveranno…e questo, con ottime probabilità, allontanerà il risultato da quell’autenticità che tu stai tanto sbandierando.
Al contrario, nel momento in cui il fotografo sceglie di operare (nella ritrattistica) con il soggetto assolutamente inconsapevole, con ottime probabilità avvicinerà il risultato al raggiungimento di quella autenticità che un soggetto non condizionato può garantire.
Ciao Walter,
ti ringrazio come sempre per aver letto l’articolo e per le tue riflessioni. Lo sai, apprezzo la tua schiettezza e la profondità dei tuoi commenti.
Hai ragione, a volte quello che scrivo può sembrare espresso come verità assoluta, ma chi mi legge abitualmente credo abbia ormai chiaro che i miei articoli sono il frutto delle mie esperienze e del mio modo personale di vivere la fotografia, e non vogliono in alcun modo erigersi a regole universali. Ci mancherebbe.
Premesso ciò, ti rispondo:
1) La fotografia “artistica”
È una domanda complessa e non credo esista una definizione universale, perché la parola “arte” resta soggettiva.
Per me, una fotografia diventa artistica quando va oltre la mera documentazione di un fatto. È un’immagine che comunica un’emozione, suscita una riflessione o rivela una visione personale del fotografo. Non dice soltanto “questo è ciò che ho visto”, ma piuttosto “questo è ciò che ho provato”.
2) Il “processo relazionale”
Vero, la parola “deve” è troppo forte. Non esiste un obbligo. Io cerco di instaurare un dialogo con il soggetto, perché nella mia esperienza questa modalità mi avvicina all’autenticità che cerco.
Come hai giustamente sottolineato, la fotografia di strada e i ritratti di strada rappresentano un’altra via, potente, per raggiungere la stessa autenticità. In quel caso il fotografo è osservatore, e la forza sta nel cogliere la naturalezza inconsapevole. E sicuramente i ritratti di strada, dove il soggetto ritratto non è consapevole di essere ritratto, proprio per la loro naturalezza, sono i più veri. È un approccio che rispetto enormemente e che comunque pratico anch’io.
Qui il mio obiettivo però è quello di far capire che occorre creare le condizioni perché il soggetto si senta a suo agio.
3) Autenticità e verità
Certo, mi rendo conto che a tratti può sembrare che parli di verità universali. Ma come ti dicevo all’inizio, la mia intenzione è diversa.
Sul tema del “condizionamento” del soggetto, hai toccato un punto cruciale: è vero che la consapevolezza della macchina fotografica può irrigidire. Proprio per questo cerco di ritrarre non per “congelare” un’espressione, ma per facilitare la possibilità che emerga qualcosa di autentico.
Grazie ancora per il tuo contributo, Walter.
Inutile dirti quanto apprezzo il confronto con te. Per quanto mi riguarda è proprio questo il tipo di dialogo che mi aiuta a crescere.
Leonardo
Allora Leonardo…in questo caso mi vedo costretto a partire dalla fine, per poi tornare all’inizio del raffronto sui commenti.
3) Tutte le volte (ma proprio tutte) che ti faccio notare che è sbagliato “generalizzare”, e che è estremamente scorretto cercare di rendere “universale” qualcosa che, al contrario è assolutamente e squisitamente “personale”, tu mi dai ragione, tu mi confermi che non intendevi scrivere l’articolo come se tali affermazioni fossero una verità assoluta…MA POI LO FAI… ancora e ancora.
Perché non provi a specificare con una frase di poche parole (es.: “per il tipo di fotografia che faccio io”, oppure “secondo le mie motivazioni”, oppure “seguendo la mia personale visione della ritrattistica”, ecc.ecc.), prima di tali affermazioni, il fatto che ciò che scrivi non può assolutamente essere inteso come una via “universale”?
Te l’ ho già detto…il tuo blog, come quello di chiunque, può essere potenzialmente letto da migliaia e migliaia di persone, che non hanno la minima cognizione di “ciò che tu che tu intendevi…”; loro leggono e basta… loro leggono quello che hai scritto, ed è su quello che ragionano… pertanto, scrivere così non è corretto!
2) “Processo relazionale”…
Mi fa piacere vedere che ammetti che il termine “deve” che hai usato nell’articolo è troppo forte…io aggiungerei che è “fuori luogo”… perché, come abbiamo visto, sia concettualmente che fotograficamente, scrivere che “quando si ha a che fare con delle persone, deve scattare quel processo relazionale” è profondamente sbagliato!
Proprio perché non è né un processo, né un elemento “universale”, è certamente “discrezionale” e profondamente “personale”…
…per te è per altre migliaia di persone può essere così…
…per me è altre migliaia di persone può non essere affatto così, anzi…
…come abbiamo visto, nella ritrattistica (a seconda delle motivazioni per cui si scatta), fotografare con il soggetto inconsapevole, può essere molto più importante, molto più valido, e molto più propedeutico a raggiungere quell’autenticità che tu tanto sbandieravi…
… infatti, (e questo risponde anche al seguito del tuo articolo e della tua risposta), per quanto il fotografo possa essere bravo, per quanto riesca ad entrare in empatia con il soggetto, per quanto possa metterlo a suo agio, per quanto possa fargli abbassare le naturali “difese” che lui frappone al risultato, per quanto il fotografo riesca a leggere le micro-variazioni della mimica facciale o degli atteggiamenti…la consapevolezza di ciò che sta accadendo, condiziona il soggetto sempre e comunque…
1) Fotografia “artistica”
Tu scrivi che non credi che esista una definizione universale, perché la parola “arte” resta soggettiva…
…bene, ottima risposta! E allora?
Allora se non sai definirla “universalmente” perché usi quel termine associato alla fotografia?
Se non sai definire cosa sia una fotografia “artistica” perché utilizzare tale termine sia nel titolo dell’ articolo che nello sviluppo dello stesso? Associandola poi (direttamente o indirettamente) alle tue esperienze in campo?
Subito dopo, però… provi a definire “Fotografia artistica”…e mi scrivi che “per te la fotografia diventa artistica quando va oltre la mera documentazione di un fatto”.
Ma torniamo in circolo sulla base della questione:
E chi è in grado di definire quali fotografie vanno “oltre” la mera documentazione di un fatto? E chi è in grado di definire quando vanno oltre?
Su quali parametri? Con quali elementi?
Potresti forse affermare che moltissime delle immagini di reportage di guerra realizzate da Capa o da Bresson, pur documentando un fatto non vadano “oltre”? Oppure, per fare esempi meno eclatanti moltissime delle immagini di reportage “sociale” che milioni di fotografi hanno scattato nel corso di tutto il Novecento? Eppure…sono nate proprio come documentazione e come testimonianza di un evento o di una situazione o di tante altre cose. Quali sono i confini? E chi li stabilisce?
Poi scrivi ancora:
“Per me la fotografia artistica non dice soltanto questo è ciò che ho visto, ma piuttosto questo è ciò che ho provato”
Ora, anche ammesso (e non assolutamente concesso) di fare finta di seguire questo tuo ragionamento e questa tua distinzione…
… facciamo finta che il fotografo (e più in genere “i fotografi”) che ha (hanno) realizzato tali immagini, proprio perché c’erano e lo hanno “sentito” (o “provato”) conoscano tale differenza (naturalmente SOLO sulle proprie immagini)…tu pensi che chi… due mesi dopo, o due anni dopo, o vent’anni dopo…le osserva veda tale differenza? Pensi che riesca a scindere obiettivamente una “fotografia artistica” da una “fotografia non artistica”?
Lo sai vero, che non è mai l’autore di un’opera che può definire se tale “opera” è arte oppure no!
E ancora sul tuo: “piuttosto questo è ciò che ho provato”:
Tu certamente sai che la fotografia si è sempre un po’ divisa tra moltissimi “rami”, “motivazioni”, “scopi”, “usi”, utilizzi”, “intenzioni” ecc…
…ora, tra queste possibilità, i fotografi di due di queste grandissime “branchie” si sono sempre divisi tra chi utilizza il mezzo fotografico per “testimoniare” e “documentare” (il che non esclude poi che il risultato, oltre naturalmente a “documento” e “testimonianza” sia poi effettivamente definibile anche “arte”)…e chi utilizza il mezzo fotografico proprio per arrivare ad esprimersi nella ricerca di espressioni che da tempo sono poi state definitive “arte”… esattamente come per la pittura, la scultura, la musica, la letteratura ecc.ecc.ecc.
In questi casi siamo ben oltre “quello è ciò che ho provato al momento dello scatto”… ci sono opere fotografiche definite arte, la cui essenza non si congela davvero al momento dello scatto…ci sono opere studiate “a tavolino” e realizzate dopo settimane o mesi di prova, opere frutto di allestimenti giganteschi con l’impiego di troupe, di centinaia di persone, tra chi allestisce, chi prepara, chi studia con il fotografo il “set”, chi fa da comparsa…prendi per esempio “Il diluvio” di David La Chapelle (autore che tra l’altro a me NON piace per niente ed è lontanissimo dalla mia “visione”)…
…in casi come quello (e ce ne sono di milioni) non ha alcun senso parlare di “ciò che ho provato al momento dello scatto”… eppure quella fotografia è considerata “arte” a tutti gli effetti… è già stata “sdoganata”, definita e presentata come “Fotografia artistica”.
A valle di tutte queste considerazioni, ti rinnovo quindi il mio invito ad andarci molto cauto nell’utilizzo di termini che non si padroneggiano o che comunque si prestano a contestazioni che poi non si è in grado di contraddire con certezza, entrando nel merito.
Un caro saluto
Walter
Caro Walter,
sul tema del “processo relazionale” condivido che non sia una regola valida per tutti.
Per me rappresenta una strada, non l’unica, e l’ho raccontata perché è quella che mi aiuta a lavorare meglio quando faccio ritrattistica posata.
So bene che l’autenticità può emergere anche da approcci più spontanei e meno consapevoli, ed è il bello della fotografia: non esiste una sola via.
Per quanto riguarda il termine “fotografia artistica”, non esiste una definizione oggettiva.
Quello che ho scritto è semplicemente ciò che significa per me.
Concordo che i confini restino labili e che a stabilire cosa sia arte intervengano anche critica, storia e pubblico.
Io sento il mio lavoro dentro quell’orizzonte e cerco di collocarlo lì, senza alcuna pretesa di definizione.
Sicuramente sbaglio, e la definizione che io do magari non è quella giusta, ma la vedo così.
Ti lascio anche una curiosità: conosci Salvatore Matarazzo?
A me piacciono molto i suoi ritratti.
Trovo che abbiano una forza particolare, pur partendo da un approccio diretto, a volte persino duro.
Mi piacerebbe sapere che impressione ne hai tu.
Infine non posso come sempre che ringraziarti per tutti questi commenti, che per me sono sempre spunti di riflessione.
So bene che non potrò mai competere con la tua cultura ed è proprio per questo che apprezzo moltissimo il confronto con te: anche quando è duro e schietto, lo trovo prezioso, perché preferisco persone che parlano chiaramente e che sanno dare una critica costruttiva come la tua.
Un caro saluto,
Leonardo
Ciao Leonardo,
Mi fa piacere che trovi questi commenti interessanti spunti di riflessione… è quello il senso, ed è quella la valenza di un confronto anche basato su una critica, l’importante è che sia una critica ben motivata, argomentata, ed è fondamentale che sia costruttiva.
Lascia perdere poi il “livello di cultura” questa non è una competizione e noi non siamo davvero in competizione.
Per venire alla tua domanda, la risposta è si.
Conosco Salvatore Matarazzo…non tanto lui come persona, anche se l’ho incontrato un paio di volte nei festival di fotografia (l’ultima volta allo Street Photo Festival di Sanremo di un paio d’anni fa), quanto la sua fotografia.
Tu mi hai chiesto cosa ne penso, e io te lo dico senza tanti giri di parole:
La fotografia di Salvatore Matarazzo non mi piace…ma non mi piace proprio per niente.
Molti lo definiscono uno “Street Photographer”, perché ormai dentro la fotografia di strada ci mettono di tutto e di più, ma lui non è un “fotografo di strada” è un “ritrattista”.
Poi farà (come tutti) anche altri generi di fotografia, ma per lo più fa ritratti…
…e visto che è proprio dei ritratti che mi hai chiesto, ti spiego il perché non mi piacciono:
Intanto, partendo proprio dalla naturalezza e dall’autenticità di cui abbiamo parlato nei commenti precedenti, il risultato della sua ritrattistica è esattamente l’opposto… tutti (e sottolineo tutti) i suoi soggetti sono fortemente condizionati dal suo approccio: irriverente, aggressivo e altamente invasivo.
Ma poi, è proprio il suo “modus operandi” che non mi piace per niente…e non me ne frega un accidente di niente se lui è membro del FFF (Full Frontal Flash) che vanta nomi più o meno illustri e che è un gruppo che sta portando avanti una “visione” di un modo di fare fotografia.
Sinceramente, vedere persone che camminano tranquillamente per la strada e che vengono spaventate (perché è questo che provoca quelle espressioni) perché qualcuno gli pianta una fotocamera a 20 centimetri dalla faccia e gli dà una “sparaflashiata” negli occhi con un lampo che gli congela un’espressione allucinata, che deriva esclusivamente da quell’azione forzata, irriverente e invasiva, e che non ha nulla di riconducibile alla naturale espressività del soggetto, nulla di quella autenticità di cui abbiamo parlato…
…sinceramente, vedere tutto questo in una Fotografia non mi interessa affatto…
…che siano state fatte da Salvatore Matarazzo, da Bruce Gilden, o da Pinco Pallino, non mi interessano per niente…
…una volta viste per la prima volta…
…me le risparmio volentieri tutte le potenziali volte successive.
Un caro saluto
Walter
Ciao Walter,
Parlando di Matarazzo hai fatto un’analisi davvero perfetta, e la condivido. In effetti quelle espressioni che Matarazzo congela non sono naturali: è vero, derivano spesso dallo spavento improvviso, da un lampo inaspettato che stravolge la reazione del soggetto.
Rileggendo le tue parole mi sono reso conto che anch’io stavo per cadere nel discorso dell’autenticità, ma in realtà non si tratta affatto di autenticità: sono espressioni forzate, prodotte da un approccio forte e invasivo.
Personalmente trovo nei suoi ritratti una tensione che non è certo “autenticità” nel senso classico, ma piuttosto l’energia grezza di un momento di shock.
Forse è questo che mi colpisce, anche se non sempre lo trovo piacevole.
Attenzione, io non lo conoscevo ed è la prima volta che vedo le sue immagini. Probabile che a lungo andare stanchino anche me.
Certo è che invade gli spazi delle persone in modo molto forte, e questo mi fa davvero domandare fino a che punto si possa ancora parlare di fotografia e non piuttosto di un gesto che scavalca il confine del rispetto … mah …
Ti ringrazio ancora per le tue parole!
Un caro saluto,
Leonardo