Please note: You can find the article in English on my LinkedIn.
Introduzione
Quando si parla di ritrattistica, una delle decisioni più importanti riguarda la direzione dello sguardo del soggetto.
Deve guardare direttamente in camera o è meglio che il suo sguardo vaghi altrove?
Guardare dritto nell’obiettivo è una scelta forte: crea connessione immediata con lo spettatore, quasi come se il soggetto si stesse rivolgendo direttamente a chi osserva l’immagine.
Un ritratto con lo sguardo in camera può comunicare sfida, complicità, sicurezza o vulnerabilità.
È il tipo di fotografia che non lascia spazio a distrazioni: è un invito a guardarsi negli occhi e a cogliere ogni sfumatura dell’espressione.
Eppure, nella mia esperienza, ho sempre trovato più affascinante lo sguardo che sfugge. Quando il soggetto non guarda direttamente in camera, l’immagine assume un’altra dimensione.
Lo spettatore diventa un osservatore esterno, un testimone silenzioso di un momento intimo.
Lo sguardo rivolto altrove può suggerire introspezione, mistero, o semplicemente catturare un attimo autentico, non costruito.

Cosa cambia tra uno sguardo in camera e uno distolto?
La differenza tra queste due scelte non è solo estetica, ma profondamente espressiva.
Ecco alcuni elementi che cambiano in base alla direzione dello sguardo:
- Connessione vs. Osservazione → Uno sguardo diretto crea un legame immediato, mentre uno sguardo distolto fa sì che l’osservatore si senta più un testimone che un interlocutore.
- Messaggio esplicito vs. Interpretazione → Guardare in camera rende chiaro il messaggio emotivo, mentre distogliere lo sguardo lascia più spazio all’immaginazione.
- Emozione immediata vs. Narrazione sottile → Il soggetto che fissa l’obiettivo trasmette un’emozione netta e diretta. Se lo sguardo è rivolto altrove, lo spettatore è portato a chiedersi a cosa stia pensando o cosa stia guardando il soggetto.
- Dinamismo vs. Staticità → Uno sguardo laterale, sfuggente o abbassato può dare un senso di movimento e fluidità alla scena, mentre un soggetto che guarda in camera risulta più statico ma anche più potente.

Quando è preferibile uno sguardo in camera?
Anche se prediligo i ritratti in cui il soggetto non guarda l’obiettivo, riconosco che in certi contesti uno sguardo in camera è la scelta migliore. Alcuni esempi:
- Ritratti istituzionali e corporate → In ambito professionale, uno sguardo diretto ispira fiducia e credibilità. È per questo che nelle foto per CV o profili LinkedIn si consiglia sempre uno sguardo dritto in camera.
- Ritratti emozionali e psicologici → In fotografia artistica, uno sguardo che incontra quello dell’osservatore può diventare quasi un interrogativo muto, un modo per evocare empatia e coinvolgimento.
- Street photography e reportage → Nella fotografia documentaristica, quando il soggetto guarda l’obiettivo, lo scatto acquisisce un carattere più forte e diretto, come se il fotografo fosse stato scoperto. Questo può aggiungere un livello di autenticità e immediatezza alla scena.
- Progetti concettuali o provocatori → Se l’intento è far sentire lo spettatore “chiamato in causa”, uno sguardo in camera è la soluzione perfetta.

Quando, invece, è meglio evitare lo sguardo in camera?
Ci sono situazioni in cui uno sguardo che si perde altrove funziona meglio:
- Per raccontare una storia → Se vogliamo dare l’idea di un momento rubato, di un pensiero sospeso, allora è più efficace uno sguardo distolto.
- Per lasciare spazio all’interpretazione → Quando il soggetto guarda altrove, lo spettatore è portato a farsi delle domande: cosa sta guardando? A cosa sta pensando?
- Per dare un senso di spontaneità → In molti casi, uno sguardo in macchina può apparire posato o costruito, mentre uno sguardo naturale che vaga nella scena aggiunge autenticità.
- Per enfatizzare l’ambiente → Se il contesto è importante, lo sguardo del soggetto può guidare l’attenzione verso un elemento chiave della scena.
Per questa serie di ritratti, ho scelto di concentrarmi sugli sguardi in camera, non perché io abbia cambiato idea, ma perché ogni scelta fotografica ha un suo valore espressivo. L’importante, alla fine, è che la scelta non sia casuale, ma coerente con il messaggio che vogliamo trasmettere.

Tabella riepilogativa
| Scelta dello sguardo | Effetto sul Ritratto | Quando usarlo |
|---|---|---|
| Sguardo in camera | Connessione diretta con l’osservatore, maggiore impatto emotivo | Ritratti corporate, fotografia concettuale, ritratti psicologici |
| Sguardo fuori camera | Maggiore mistero, lascia spazio all’interpretazione | Fotografia narrativa, street photography, ritratti spontanei |
| Sguardo verso un punto specifico | Suggerisce una narrazione, crea curiosità | Fotografia documentaristica, storytelling visivo |
| Sguardo abbassato | Introspezione, delicatezza, vulnerabilità | Ritratti emotivi, fotografia artistica |
| Sguardo sfuggente | Dinamicità, sensazione di attesa o tensione | Fotografia dinamica, ritratti in movimento |
E tu, cosa ne pensi?
- Ti senti più coinvolto quando un soggetto ti guarda direttamente attraverso una fotografia?
- Preferisci la connessione visiva immediata o il mistero di uno sguardo distolto?
- Se sei un fotografo, come gestisci la direzione dello sguardo nei tuoi ritratti?
Lascia un commento, mi interessa sapere il tuo punto di vista!
Un abbraccio,
Leo
L’articolo in slide
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Non entro volutamente nell’ ambito generale articolo con la questione proposta sulla direzione dello sguardo dei soggetti, perché estremamente soggettiva ed opinabile.
Il mio commento quindi, è esclusivamente mirato a “correggere” un passaggio che non trovo corretto.
Mi riferisco al punto “3”: Street Photography e Reportage, dove si legge (testualmente):
°°°
“Nella fotografia documentaristica, quando il soggetto guarda l’obiettivo, lo scatto acquisisce un carattere più forte e diretto, come se il fotografo fosse stato scoperto.
Questo aggiunge un livello di autenticità e immediatezza alla scena”.
°°°
Ora, a parte il fatto che Street Photography e Reportage sono due generi di fotografia diversi che partono da delle logiche e dei presupposti molto diversi…di conseguenza andrebbero separati concettualmente.
Poi la “Street photography” può benissimo non essere per niente una “fotografia documentaristica”.
Infine (e questa è l’obiezione più importante), se nella “Street Photography” il fotografo viene scoperto e il soggetto guarda l’obiettivo della fotocamera, automaticamente ne rimane condizionato e la fotografia risulterà sicuramente meno “naturale” e, di conseguenza meno “immediata” e assolutamente meno “autentica”.
Ciao Walter, grazie per il tuo commento e per il tempo che hai dedicato alla lettura dell’articolo.
Apprezzo molto il tuo intervento, perché apre un dibattito interessante su un tema che, come giustamente dici, può essere soggettivo e opinabile.
Riguardo alla distinzione tra Street Photography e Reportage, concordo sul fatto che siano due generi con presupposti diversi.
Tuttavia, nella mia riflessione non intendevo equipararli, ma piuttosto sottolineare un aspetto che può accomunarli in determinate situazioni (secondo me, ovviamente).
La Street Photography, pur non essendo necessariamente documentaristica, può talvolta assumere un carattere narrativo simile al reportage, soprattutto quando racconta frammenti di realtà spontanea.
Sul punto dell’“autenticità” e dell’“immediatezza”, capisco la tua osservazione e la trovo stimolante.
Anche qui il mio intento era evidenziare come il contatto visivo possa generare una connessione più diretta tra il soggetto e chi osserva la foto, aumentando il senso di coinvolgimento.
Tuttavia, comprendo il tuo punto di vista: se il soggetto modifica il proprio comportamento a causa della presenza del fotografo, l’immagine può perdere la naturalezza tipica della Street Photography.
Ovviamente questo è il mio punto di vista, assolutamente contestabile, ma il bello è proprio avere questo scambio di opinioni e confrontarsi su temi che ci appassionano. Grazie ancora per il tuo spunto, il confronto su questi argomenti è sempre arricchente!
Grazie ancora
Leonardo
Scusa Leonardo, ma ci sono delle enormi differenze…
… tra un atteggiamento “attivo” di un soggetto ritratto per esempio in studio, con la persona fotografata che consapevolmente (sottolineo consapevolmente) crea una “connessione diretta” con tutti coloro che osserveranno quel ritratto…
…e un atteggiamento “passivo”, “innaturale”, “condizionato” e certamente “forzato” di un soggetto che si trova “sorpreso”, e molto spesso probabilmente anche “contrariato”, perché si accorge in quel preciso istante di essere stato fotografato senza il suo consenso…nella totalità di quelle immagini, lo sguardo e l’atteggiamento del soggetto fotografato non è mai (e sottolineo MAI) indirizzato a coloro che guarderanno la fotografia, come nel caso, per esempio dei ritratti in studio…NO!
Nella totalità di quelle immagini lo sguardo e l’atteggiamento del soggetto è sempre (e sottolineo SEMPRE) indirizzato al fotografo che si è permesso di fotografarlo senza il suo consenso… spesso c’è addirittura del risentimento (che non è certo indirizzato ai fruitori della foto) e il risultato dell’immagine non è mai né naturale, né immediata, né tantomeno “autentica”.
Carissimo Walter,
capisco perfettamente il tuo punto di vista e in effetti la distinzione che fai tra un ritratto consapevole e uno sguardo sorpreso in Street Photography è molto chiara.
È vero, la connessione che si crea in studio è completamente diversa da quella che può avvenire per strada, dove l’elemento di sorpresa può portare a reazioni differenti, spesso condizionate dal momento stesso dello scatto.
Diciamo che, più che una regola assoluta, la mia riflessione nasceva da un’interpretazione soggettiva di certe immagini, in cui lo sguardo diretto può talvolta aggiungere qualcosa a livello emotivo.
Ma concordo con te sul fatto che nella maggior parte dei casi, soprattutto quando il soggetto appare contrariato o colto di sorpresa, il risultato può perdere spontaneità e autenticità.
Come sempre, Walter, è un piacere confrontarmi con te, perché dalle tue parole, assolutamente corrette e senza ombra di dubbio, nascono tanti spunti di riflessione che spero possano essere utili anche a chi ci legge.
Un abbraccio
Leonardo