Fotografia: il valore del tempo e dell’impatto visivo.

Premessa sul valore e l’impatto visivo in fotografia

Negli ultimi giorni, mi sono trovato a riflettere su un tema che sento particolarmente vicino, nato da un interessante scambio di opinioni con un collega che stimo molto: qual’è il valore del tempo e dell’impatto visivo in fotografia?

Abbiamo parlato dei grandi maestri della fotografia del passato, figure come Henri Cartier-BressonW. Eugene Smith e Don McCullin.

Fotografi che, settanta o ottant’anni fa, hanno creato immagini che oggi consideriamo veri e propri capolavori.

Mi sono chiesto:

se oggi scattassimo fotografie ispirandoci a quei riferimenti, avremmo lo stesso riconoscimento?

O meglio, avremmo quel successo immediato che sembra così essenziale nel mondo visivo contemporaneo?

il valore in fotografia

Il confronto tra il valore in fotografia e il suo impatto.

Viviamo in un’epoca in cui tutto deve colpire subito e spesso il valore in fotografia ci sfugge di mano.

I social media ci spingono a produrre contenuti che abbiano un impatto immediato, che catturino l’attenzione in pochi secondi.

Eppure, io continuo a dedicarmi con passione alla fotografia ad alto contrasto, sia nello street che nei ritratti, proprio perché credo nel potere di un’immagine che sappia raccontare e non solo impressionare.

Negli anni passati, i fotografi avevano il tempo di costruire il proprio linguaggio visivo e di farsi conoscere attraverso riviste, mostre ed editoria specializzata.

Oggi questo tempo sembra ridotto all’essenziale.

L’urgenza di emergere rischia di soffocare la ricerca personale, spingendo molti a inseguire le tendenze piuttosto che coltivare uno stile autentico.

il valore in fotografia

E allora mi chiedo:

Quanto è giusto adattarsi alle dinamiche del mondo digitale?

È più importante rincorrere il successo immediato o restare fedeli alla propria visione, anche se questo richiede più tempo per essere compresi e apprezzati?

Per rendere più chiaro questo confronto, ho riassunto alcuni punti in questa tabella:

AspettoFotografia del passatoFotografia contemporanea
Canali di diffusioneRiviste, mostre, libriSocial media, piattaforme online
Tempi di riconoscimentoLento, costruito nel tempoImmediato, spesso effimero
Approccio creativoRicerca personale, narrativa profondaFocus sull’impatto visivo immediato
Valore dell’immagineLegato al contenuto e al contesto storicoSpesso legato all’estetica e alla viralità
Pubblico di riferimentoSelezionato, appassionati di fotografiaAmpio, variegato, spesso distratto
Modalità di fruizioneContemplativa, approfonditaRapida, superficiale

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

Secondo te, oggi è più importante colpire subito o lasciare che sia il tempo a dare valore a un’immagine?

Ti ricordo che …

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Bene, adesso è proprio tutto, quindi non mi rimane altro che salutarti sperando che tu abbia gradito questa riflessione.

Un abbraccio,

Leo

9 commenti su “Fotografia: il valore del tempo e dell’impatto visivo.”

  1. “RIFLESSIONI” SU “RIFLESSIONI”…

    Tu scrivi: “…se oggi scattassimo fotografie ispirandoci a quei riferimenti, avremmo lo stesso riconoscimento?”

    Io ti rispondo: “No, perché sono cambiate moltissime cose, due in particolare, che hanno stravolto la logica “consecutio” che portava a quel riconoscimento” … subito dopo però ti ribalterei la domanda:
    “Ma perché? È necessario avere lo stesso riconoscimento?

    Poi tu scrivi: “O meglio, avremmo quel successo immediato che sembra così essenziale nel mondo visivo contemporaneo?”

    Io ti rispondo: “No, per gli stessi motivi accennati (e se si vuole, da sviluppare) per la domanda precedente…e subito dopo ribalterei ancora, con una seconda raffica di domande:
    “Perché c’è quella ricerca di successo?”
    “Perché poi, dovrebbe essere immediato?”
    “Perché infine, sembra così essenziale?”

    … seguendo poi la successione di argomenti dell’ articolo:

    “Viviamo in un’epoca in cui tutto deve colpire subito, e spesso il valore in fotografia ci sfugge di mano”…
    …non è mica obbligatorio seguire i “sistemi”, i “social” o le “piattaforme” che impongono la logica perversa del “tutto deve colpire subito”…
    …se il valore in fotografia ti sfugge (o vi sfugge) di mano, ed è già un grosso passo in avanti il fatto che ve ne siete accorti…”riappropriatevene”…

    “I social media ci spingono a produrre contenuti che abbiano un impatto immediato, che catturino l’attenzione in pochi secondi”…
    …vale la riflessione al punto precedente: non è mica obbligatorio seguire quelle logiche, né tantomeno, utilizzare per le proprie fotografie i “social media”…

    “Eppure io continuo a dedicarmi con passione alla fotografia ad alto contrasto, sia nello street che nei ritratti, proprio perché credo nel potere di un’immagine che sappia raccontare e non solo impressionare”…
    …come ti ho già scritto in altri commenti, la scelta di un genere segue le motivazioni per le quali si fa Fotografia, e non è tanto la logica relativa all’uso più o meno marcato del contrasto a conferire all’ immagine il “potere” di “raccontare”, quanto il proprio “contenuto narrativo”…

    “Negli anni passati, i fotografi avevano il tempo di costruire il proprio linguaggio visivo, e di farsi conoscere attraverso riviste, mostre ed editoria specializzata.
    Oggi questo tempo sembra ridotto all’essenziale.”…
    …qui c’è da separare i due concetti:
    …una cosa è il “costruire il proprio linguaggio visivo”…per il quale ogni persona che fa fotografia può prendersi il tempo “che ci vuole”…
    … altra cosa è il “farsi conoscere” e/o il “voler” farsi conoscere, cosa per niente indispensabile… laddove il “il tempo che ci voleva” e “le vie per farlo” (riviste, mostre, ecc.) sono solo fattori legati ai “sistemi” di “diffusione”, di “condivisione” ecc. di volta in volta disponibili nello scorrere dei decenni…

    “L’ urgenza di emergere rischia di soffocare la ricerca personale, spingendo molti a inseguire le tendenze piuttosto che coltivare uno stile autentico.”
    …ma perché “Urgenza di emergere”?
    … ancora: “perché per provare ad ottenere quello, dovreste accettare di esporvi al rischio di soffocare la ricerca personale?”

    Queste “contro-domande” rispondono automaticamente alla tua ultima… una domanda chiaramente “retorica” che contiene, in sé stessa, la logicità della risposta:
    La domanda:
    “È più importante ricorrere il successo immediato, o restare fedeli alla propria visione, anche se questo richiede più tempo per essere compresi ed apprezzati?”

    La risposta, relativa al mio personalissimo punto di vista, è già insita non solo nelle due “contro-domande” riportate poco sopra, ma anche in ogni considerazione, riflessione, e risposta, dettagliata a valle dei tuoi diversi passaggi che ho riportato in questo commento.

    In sintesi, la mia risposta può essere condensata così:

    Non solo la “propria” visione è più importante di qualsiasi tipo di successo, e restare “fedele” alla “propria visione” è un elemento assoluto, fondamentale, imperativo…ma la “propria visione” deriva direttamente dalla propria motivazione per fare fotografia e, come sostegno sempre, ripeto ancora una volta:
    Tutto parte dal perché si fa Fotografia, tutto parte da lì e tutto dipende da quello!

    Il “successo”?

    A seconda del perché si fa Fotografia può essere un elemento al quale non si pensa nemmeno…che ci si riferisca a quello “immediato” o a quello ottenuto dopo anni o decenni di un lungo percorso, per molti il successo può benissimo non essere né inseguito, né ricercato…
    …secondo personali motivazioni per fare fotografia, “altri elementi” sono molto più importanti; avere successo e perfino “essere compresi e apprezzati” (per usare le tue stesse parole) sono elementi “lontani”, nemmeno troppo importanti…se vengono o non vengono, alla fine , non cambia molto e non conta molto.

    1. Carissimo Walter,

      Come sempre, leggere i tuoi commenti è un qualcosa di davvero prezioso.

      Cio’ che scrivi è praticamente un “articolo nell’articolo”, e apprezzo immensamente il tempo che dedichi a rispondere con tanta precisione, attenzione ed esperienza.

      I tuoi commenti mi fanno riflettere, soprattutto per come ribalti le domande che ho posto, portandole su un piano di analisi ancora più ampio e personale.

      Concordo pienamente quando parli della motivazione alla base del fare fotografia.

      Alla fine, tutto parte da lì: dal perché.

      E forse è proprio questo “perché” che oggi rischia di perdersi nella frenesia del successo immediato.

      Hai ragione, non è obbligatorio seguire le logiche dei social media o delle piattaforme, ma qui aggiungerei una sfumatura: per chi, come me, vorrebbe trasformare questa grande passione in qualcosa di vendibile nel mondo dell’arte fotografica, il problema del “farsi conoscere” inevitabilmente diventa rilevante.

      Non parlo di successo inteso come inseguimento cieco delle tendenze (figuriamoci, tendenza=snaturare), né tantomeno mi riferisco ai servizi commerciali come matrimoni, che onestamente non mi rappresentano e non amo.

      Il mio desiderio sarebbe quello di trovare un modo per portare le mie fotografie a chi sappia apprezzarle, non solo esteticamente ma anche a livello concettuale.

      Hai sollevato una domanda cruciale: “Perché c’è quella ricerca di successo?” Credo che, per molti, la risposta sia legata alla necessità di trovare un equilibrio tra la propria visione e la sostenibilità economica.

      La tua affermazione “Tutto parte dal perché si fa Fotografia” mi trova completamente d’accordo.

      E forse è proprio questo che può fare la differenza anche nel mio percorso: non perdere mai di vista il motivo che mi ha spinto a iniziare, nonostante le sfide e le complessità di un mercato che cambia.

      Ti ringrazio ancora per il tuo contributo.

      La fedeltà alla propria visione, come dici tu, è un valore imprescindibile.

      Ed è lì che voglio continuare a investire, anche se il percorso può sembrare più lungo e tortuoso.

      Grazie di cuore per aver condiviso il tuo punto di vista.

      Ti auguro una splendida giornata!
      Leonardo

  2. Si leggeva Leonardo… si leggeva “sottopelle”, si leggeva “tra una riga e l’altra”…quella sfumatura che tu hai dettagliato nella frase:

    “…per chi, come me, vorrebbe trasformare questa grande passione in qualcosa di vendibile nel mondo dell’arte fotografica, il problema del farsi conoscere, inevitabilmente diventa rilevante”

    …e, dal momento che l’avevo già letto (tra le righe), ho preferito rimanere sulla parte più importante che quella serie di domande ponevano: la scelta e il suggerimento (nella mia risposta) di non cadere nelle “trappole”…
    … non solo quelle relative alla fruizione frenetica dei social, che può portare “un’opera interessante” ad essere “svilita” da migliaia di effimere occhiate, con un tempo di fruizione talmente rapido da non essere sufficiente a volte nemmeno a scattare la fotografia…
    … ma anche quelle rappresentate dalla spasmodica ricerca di approvazione e di visibilità, trappole che a molti autori fanno spesso perdere di vista le vere motivazioni e il vero scopo della propria fotografia.

    Ora però che tu stesso hai aggiunto, in chiare lettere, quella sfumatura, e ora che hai dato una risposta “discutibile” ad una delle mie “contro-domande”, ci vuole qualche riflessione in più…

    Dunque, alla mia domanda che avevo posto, ribaltando una delle tue:
    “Perché c’è quella ricerca di successo?”
    …tu hai risposto:
    “Credo che, per molti, la risposta sia legata alla necessità di trovare un equilibrio tra la propria visione e la sostenibilità economica”.

    Ora, se uniamo la “sfumatura” a questa “risposta”, non possiamo non accorgerci che le “proporzioni” non “tornano”… riprenderemo questa logica tra un momento…

    Quando ho risposto alla tua prima domanda sull’ottenere lo stesso riconoscimento, ti ho scritto:
    “No, perché sono cambiate moltissime cose, due in particolare, che hanno stravolto la logica “consecutio” che portava a quel riconoscimento”
    Quali sono queste due cose?

    1) il fatto che il numero di “autori” o “potenziali autori” è cresciuto in modo strabiliante…sono numeri spaventosi quelli che definiscono coloro che fanno fotografia e potrebbero diventare autori interessanti di opere vendibili… numeri ancora più spaventosi quelli di coloro che fanno fotografia, ma che la loro fotografia può risultare non così interessante da diventare un’opera d’arte vendibile…e se metti insieme questi due numeri già spaventosi…i numeri di coloro che “sgomitano” per emergere…raggiunge l’indefinibile…

    2) parallelamente, due fattori importanti si sono sviluppati enormemente tra la fine del secondo millennio ad oggi:

    – Lo sviluppo tecnologico dello strumento “fotocamera” che ha logicamente agevolato l’enorme massa che ha scelto l’uso del mezzo fotografico… bellissimo da un lato, ma che dall’altro lato in “percentuale”, può aver “impoverito” la “pregnanza semantica” di immagini sempre più facili da realizzare, sempre più accattivanti da un punto di vista estetico (e non entro volutamente nel mondo della post-produzione…), ma in percentuale meno “pensate”, meno “sentite” e con meno “contenuto narrativo” di quelle di un tempo, degli autori che hai citato a inizio articolo.

    – La crescente diffusione degli stessi social media (che tu stesso hai citato), che ha trasformato quella che ormai non è più una logica di “normale” condivisione (virgolette su “normale” d’obbligo), nella logica perversa degli algoritmi che impongono ritmi e cadenze assurde, scatenando lo spasmodico desiderio di apparire, di emergere, di ammantarsi di quella che nella maggior parte dei casi potrebbe risultare “vana gloria”…e, in un “marasma” così, tutto si disperde…

    Per quei “numeri” di “autori” al punto 1, e per le conseguenze derivate ai fattori dettagliati al punto 2…per tutto questo le “proporzioni” (su quanto unito dalla “sfumatura” e dalla “risposta”) a cui ti accennavo prima non “tornano”.

    Non tornano perché a valle di queste “evidenze” che ti ho descritto (visibili ovunque), non possiamo pensare che “la ricerca del successo derivi dalla necessità di trovare un equilibrio tra la propria visione e la sostenibilità economica…
    …la sostenibilità economica, nel mondo dell’arte in generale, ma a maggior ragione, e ancora di più nel mondo dell’arte fotografica che hai ipotizzato nella tua risposta, la possono raggiungere pochissime persone… pochissime in proporzione a quanti cercano e inseguono il successo…
    … è più plausibile che la risposta al “perché c’è quella ricerca di successo?” derivi purtroppo da qualcosa di caratteristico dell’uomo, dall’ esaltazione di “distinguersi”, di “emergere”, di “prevalere”, di “apparire”, dietro c’è quasi sempre l’ego dell’uomo che si manifesta, sempre, in moltissimi campi…
    … certo, non per tutti è così (per fortuna) , ma per chi è riuscito a metabolizzare un lungo processo introspettivo, per chi ha stratificato tutta una serie di consapevolezze attraverso un lungo e faticoso percorso personale, ed è effettivamente arrivato a produrre opere interessanti, sempre che sia interessato a “vendere” la propria fotografia, deve fare necessariamente i conti con altre variabili, che comportano “domande”, “tensioni”, “logiche” e perfino “compromessi” che emergono dal mondo dell’arte (sia come “logiche” di inserimento in quel mondo, che come sviluppo e diffusione di quella fotografia), se ti interessa possiamo svilupparne i concetti in un altro commento.

    Per il momento, posso dirti come esperienza personale che a me è capitato più volte che mi venisse chiesto di vendere le mie fotografie…io però ho sempre rifiutato di entrare in quel mondo, per due motivi precisi che ho sempre ritenuto più che validi… non credo che possano interessare i tuoi lettori, ma se ti interessa, posso poi dettagliarli in un commento separato.

    Un saluto a presto
    Walter

    P.S.
    All’ ultimo tuo commento dell’ altro articolo,ti ho risposto con una email.

    1. Walter ciao!

      Mi rileggo con calma questa risposta perché è una vera lezione di vita (tutti i tuoi testi lo sono).

      Intanto però posso dirti che si’, il commento separato mi interessa molto.

      Grazie davvero.

      1. Ciao Leonardo,
        generalmente quando commento un articolo su un canale YouTube o su un blog, esprimo il mio pensiero senza aspettarmi necessariamente una risposta dal gestore del canale o del blog…in questo specifico caso, tuttavia, dal momento che l’ultimo mio commento è derivato direttamente da questo tuo passaggio (testualmente):

        “…per chi, come me, vorrebbe trasformare questa grande passione in qualcosa di vendibile nel mondo dell’arte fotografica, il problema del farsi conoscere, inevitabilmente diventa rilevante”

        …e dal momento che il mio ultimo commento è stato espressamente richiesto dal tuo ultimo commento…e parla proprio di problematiche e di scelte relative alla vendita di opere fotografiche…

        …mi aspettavo che su questo argomento, proprio per quella tua specifica tua frase che ho riportato e per la tua richiesta dell’ultimo commento, ci facessi sapere (sia a me che ai lettori) il tuo di pensiero…sia per quanto riguarda le difficoltà che hai rilevato nel provare raggiungere quel “mercato fotografico”, che per quanto attiene le specifiche ragioni che ho dettagliato nel mio ultimo commento, che mi hanno portato a rifiutare la richiesta di vendere le mie fotografie.

        Vedo invece, che dopo 17 giorni non hai espresso il tuo parere su un’argomento che tu stesso hai fatto emergere con quella frase…e, nello specifico con quel “qualcosa di vendibile”.

        Potresti quindi farci sapere il tuo pensiero in proposito?

      2. Ciao Walter! Sì, ti chiedo scusa! Mi ero proposto di rispondere ma poi tra che sono malato, tra che sono stato parecchio occupato (dopo la febbre), non ho avuto davvero il tempo di rispondere a te (soprattutto a te) e a chi mi segue. Mea culpa. Adesso, giusto il tempo di rimettermi in carreggiata e ti rispondo molto volentieri. Abbi pazienza e grazie per questo tuo interessamento e credo apprezzamento. Un caro saluto.

      3. Carissimo Walter,

        chiedo scusa per il super ritardo, purtroppo sono stato veramente impegnato su diversi fronti. Adesso finalmente ho trovato un po’ di tempo per poter rispondere perché comunque sia il tuo commento merita attenzione e una risposta adeguata.

        Purtroppo, viste le ultime vicissitudini, noto anch’io che molti curatori, anzi “curatori” è un parolone perché poi bisogna vedere se lo sono davvero, ti coinvolgono, ti invitano a partecipare a mostre, ovviamente a pagamento, e poi sinceramente spariscono. Questo atteggiamento, devo dire la verità, mi dà parecchia noia, mi fa proprio inca**are. E tu dirai “benvenuto nella realtà (italiana?)”.
        Trovo che chi si comporta in questo modo non sia un vero curatore, ma semplicemente qualcuno che sfrutta il sistema senza un reale interesse a valorizzare gli artisti che coinvolge. Mi piacerebbe trovare, o avere la fortuna di incontrare, una persona seria che possa davvero seguirmi nel mio percorso artistico. Forse è un’utopia, ma chissà, vediamo un po’.

        Per quanto riguarda il sistema dell’arte fotografica, condivido il fatto che il numero elevato di fotografi in competizione renda il mercato sempre più complesso. Molti curatori e galleristi non cercano attivamente nuovi autori, ma preferiscono che siano gli stessi fotografi a proporsi, e questo porta inevitabilmente a una selezione basata più sulla quantità che sulla qualità. Il meccanismo dei coefficienti di valutazione delle opere poi, che si basa più sulla carriera dell’autore che sulla forza dell’immagine, è un altro aspetto che trovo discutibile. È una logica che premia più il percorso che il risultato, e in alcuni casi diventa una barriera difficile da superare per chi non è già inserito nel circuito.

        Il paragone che fai tra fotografia e musica è interessante e in parte condivisibile, soprattutto per quanto riguarda la questione della riproducibilità. È vero che, come la musica, la fotografia può essere diffusa su larga scala, e questo crea un evidente contrasto con il modello pittorico, basato sull’unicità dell’opera. Allo stesso tempo, però, la fotografia porta con sé anche un processo creativo e una materialità che la avvicinano più alla pittura. Il valore di un’opera d’arte, fotografica o meno, dipende da una costruzione culturale e di mercato, e oggi la fotografia segue prevalentemente il modello pittorico più che quello musicale, con tutti i suoi limiti e contraddizioni. Probabilmente il suo posto esatto sta a metà tra questi due mondi, e forse il problema principale è che non esista ancora un modello davvero su misura per la fotografia d’arte.

        Sulla situazione italiana, concordo sul fatto che il mercato della fotografia d’arte qui sia più debole rispetto ad altri paesi, ma non penso che il problema sia solo legato al nostro retaggio culturale e alla tradizione pittorica. Credo che ci sia anche una scarsa educazione all’acquisto di opere fotografiche, il che porta molte persone a percepire la fotografia come qualcosa di più accessibile rispetto alla pittura e quindi meno “degna” di un investimento. Questo frena il mercato e rende ancora più difficile affermarsi in un contesto già complicato.

        Il tema è complesso e ci sarebbero molte altre considerazioni da fare, ma intanto ti ringrazio per lo spunto di riflessione, perché hai sollevato punti che meritano davvero attenzione.

        Un abbraccio e ancora scusa a te e a tutti i lettori per questo ritardo.

        Leonardo

  3. Dunque, nel commento precedente ti ho accennato alle “variabili” e alle “difficoltà” che può incontrare chi vuole vendere le proprie fotografie come “arte fotografica”.

    Partendo da quegli spaventosi numeri (dettagliati nel commento precedente) di fotografi che sgomitano per “emergere”, per “apparire”, e per “proporsi” con la propria fotografia al mondo…non è difficile intuire che anche per chi ha scelto di selezionare “autori” e “artisti” da proporre (sia come curatori di mostre, che come galleristi d’arte fotografica), non è poi così facile “barcamenarsi” in quell’oceano di teoriche “possibilità”.
    Dopo aver parlato con diversi di loro, in occasioni di mostre ecc. la mia impressione è stata che in molti casi (certamente non in tutti casi, ma in molti si…) diversi curatori, galleristi ecc… non si muovono troppo (loro stessi), per mostre, gallerie, Festival di Fotografia, Fiere di Fotografia ecc… spesso “aspettano” che siano gli stessi fotografi, gli stessi autori a fargli visita, proponendo i propri lavori; questa è una cosa che in percentuale è sempre esistita, ma che con quel numero spaventoso di “pretendenti” è aumentata fino quasi a limitare moltissimo lo studio, la ricerca e l’interesse “attivo” verso nuovi potenziali autori e, con essi, nuove potenziali possibilità.
    È un po’ la legge della “domanda” e offerta…con i risultati però, che questa “logica” può…”dare” e “portare”…

    A questo problema, ci si aggiunge il livello di “cultura visuale” degli stessi galleristi, curatori ecc…
    …non è assolutamente mia intenzione “generalizzare”, e vi posso garantire che diversi curatori e galleristi d’arte fotografica, con i quali mi sono trovato a parlare, hanno una preparazione e una cultura visuale davvero notevole (e c’è ne fossero…), in diversi casi, tuttavia, ho trovato evidente una “superficialità” (virgolette d’obbligo) che mi faceva dubitare dell’effettiva capacità e dell’effettivo interesse non solo nel selezionare “nuove possibilità”, ma anche nel riuscire a portare “avanti” con successo, le “possibilità” già acquisite.

    Unendo questi due dati, risulta evidente che per la maggior parte degli interessati (a vendere la propria fotografia come arte fotografica) non è cosa facile “entrare” ed “avere successo” in quel mondo…tenete poi presente che, seguendo una “logica” se vogliamo “discutibile” vengono mediamente preferiti (non è certo un dato assoluto…ma appunto “mediamente”) “autori” giovani, per una maggior prospettiva di sviluppo del mercato e conseguente “monetizzazione”.

    Una volta che, qualcuno che è interessato a vendere la propria fotografia, sia effettivamente riuscito a entrare nel “sistema”, deve familiarizzare con diverse variabili, ancora una volta fortemente “discutibili”…
    …mi riferisco a “coefficienti” (per autore e per opere fotografiche)…coefficienti che variano spesso molto più in base a quanto è “già” conosciuto l’autore (mostre, premi, festival ecc.) che in base all’effettiva “validità” (forza, valore, ecc.) della fotografia che verrà proposta (altra scelta alquanto “discutibile”)…
    …mi riferisco a “tirature”, a “edizioni” sul singolo formato (delle fotografie) o su più formati, edizioni “aperte” o edizioni “chiuse”, con il valore di ogni singola stampa che cambia anche considerevolmente.

    Come seconda parte del commento, dovevo rispondere al tuo interesse nel capire il perché in passato ho rifiutato di vendere le mie fotografie, le volte che mi è capitato che mi fosse chiesto.

    Premesso che io non faccio fotografia per “comunicare”, le mie motivazioni sono altre…
    …nel momento però che mi è stato chiesto, mi sono documentato…e, ci sono un paio di aspetti che riguardano la vendita delle fotografie che mi hanno sempre lasciato perplesso :

    Come prima cosa, ho sempre trovato strano, e di nuovo molto discutibile, la scelta di prendere come riferimento il mondo della pittura per la vendita dell’arte fotografica.
    Conosciamo la logica relativa al mondo della pittura: opere ad olio, tempere, tecnica mista, smalto, acrilico ecc…la differenza tra le “opere uniche” e tutto il mondo delle “opere grafiche” (incisione, litografia, xilografia, serigrafia, ecc.) dove il valore dell’opera varia in funzione della “tiratura” e quindi del numero di copie disponibili sul mercato…bene, tutto segue una logica ormai consolidata in decenni, anzi in secoli di storia…
    …per quanto riguarda la fotografia, invece, data la sua caratteristica e la sua peculiarità intrinseca…quella della sua “riproducibilità”, ho sempre pensato e ritenuto che dovesse assomigliare e prendere come riferimento l’arte della musica, più che l’arte della pittura.
    Capolavori assoluti come “The Köln Concert” di Keith Jarrett, o “Kind of Blue” di Miles Davis, sono venduti a 20,00 Euro e disponibili per tutti, non a milioni di euro e disponibili per pochi privilegiati… questa differenza di valore è data certamente dalla “riproducibilità” dell’opera e dalla conseguente diffusione, non certamente dal “valore assoluto” dell’opera.

    L’ altro aspetto che non mi è mai piaciuto, nel valore dato all’arte fotografica è derivato soprattutto dal retaggio culturale di casa nostra, l’Italia.
    Provando infatti a “sorvolare” sul primo aspetto (quello del “valore” dell’opera sulla base della “riproducibilità”), e accettando il fatto che sulla base del supporto (carta baritata – carta politenata ecc.), sulla base del formato di stampa, sulla base della tiratura (numero di esemplare disponibili), sulla base di stampe “vintage” (stampate personalmente dall’autore, entro i 3/5 anni dallo scatto) ecc…il “valore” dell’ opera fotografica possa cambiare anche considerevolmente…
    …mentre in moltissime altre nazioni (Stati Uniti, Germania, Giappone ecc.ecc.) la cultura dell’ arte fotografica si è diffusa molto più velocemente…e, per questo la gente, e i potenziali acquirenti, sono predisposti all’ acquisto di opere fotografiche, dando e rispettando il valore effettivo dell’ opera…
    …in Italia, abbiamo un retaggio culturale che deriva da un “background” che si porta dietro la nostra assoluta, indiscutibile, e meravigliosa storia dell’arte, sviluppata in secoli e secoli (per non dire millenni) di storia.
    È anche per questo motivo che perfino la nostra legge, in materia di valutazione “legale e giuridica” della fotografia (come valore di un opera fotografica, come risarcimenti ecc.) ci ha messo anni e anni e ha faticato non poco a distinguere finalmente tra “semplice fotografia” e “opera fotografica”…
    …e sempre per questo motivo, gli italiani, in genere (in media) sono molto più disposti e propensi a spendere cifre che si aggirano intorno a 800,00 ÷ 1500,00 Euro (tanto per fare un esempio) per un dipinto, ma non sono altrettanto disposti e propensi a spendere la medesima cifra per un’opera d’arte fotografica.
    Questo ci colloca molto indietro (e non solo in Europa) nella considerazione, nella valutazione e nell’ accettazione della Fotografia come “Opera d’Arte Fotografica”.

    1. Ciao Walter,

      scusami se ti rispondo solo adesso, ma come ti avevo accennato tra influenza e impegni vari non ho avuto il tempo di rispondere.

      Lo faccio adesso e come sempre molto volentieri.

      Penso di trovarmi di fronte ad una persona dalla quale ci sia davvero molto da imparare.

      Prima di tutto, ti ringrazio per il tuo commento, davvero stimolante come sempre.

      Hai toccato tanti aspetti delicati che riguardano la fotografia come forma d’arte e il mercato che ci gira attorno. Devo dire che ti ritrovo molto in ciò che hai scritto, soprattutto riguardo alla difficoltà di emergere in un panorama così saturo di talenti e proposte, dove spesso la qualità rischia di essere messa in secondo piano rispetto alla visibilità che uno ha già costruito.

      Condivido anche il discorso sulla “logica della domanda e offerta”, che ha ormai preso piede in ogni settore, e quanto i curatori e i galleristi spesso si affidino a chi arriva da loro, anziché cercare attivamente nuovi autori. La realtà, come dici giustamente, è che il numero di fotografi che cercano di farsi strada è così alto che si finisce per cercare più ciò che è già conosciuto che ciò che è veramente innovativo.

      Mi ha colpito molto anche la tua riflessione sulla fotografia e la sua “riproducibilità”, che in qualche modo contrasta con l’idea di unicità che caratterizza altre forme d’arte. È un tema che, almeno per me, resta difficile da decifrare completamente. La fotografia, purtroppo, viene spesso vista più come un mezzo di documentazione che come una forma d’arte che può essere valutata in base alla “forza” dell’immagine stessa, piuttosto che alla sua capacità di essere replicata. A volte, la riproducibilità può sembrare un “svantaggio” rispetto alle opere uniche di un pittore o di un scultore, ma io credo che ci sia anche un grande potenziale nella possibilità di rendere un’opera accessibile a più persone.

      Poi il punto che sollevi sulla cultura italiana è un altro aspetto che mi fa riflettere molto. L’Italia ha una tradizione culturale e artistica straordinaria, ma purtroppo la fotografia come arte non ha ancora avuto il riconoscimento che merita, almeno non a livello popolare. È vero che altrove, come in Germania o negli Stati Uniti, la fotografia è apprezzata e valorizzata in modo diverso, e forse è solo una questione di tempo prima che anche da noi ci sia una maggiore apertura verso questa forma d’arte.

      A proposito di tutto questo, in questi giorni mi sto leggendo un libro per cercare di chiarirmi un po’ le idee: L’arte contemporanea di Toni Godfrey. È un testo che parla di arte in generale, ma c’è anche un intero capitolo dedicato alla fotografia. Non ci sono ancora arrivato, ma sono curioso di vedere cosa ne dice riguardo alla fotografia come arte contemporanea, specialmente alla luce di quello che hai scritto tu. Credo che possa aggiungere qualche spunto interessante, magari anche per affrontare alcuni dei temi che hai sollevato tu, come la sua “riproducibilità” e la sua collocazione nel mondo dell’arte.

      Comunque, ti dirò, seppure tutte queste difficoltà siano reali e ci siano ancora tanti ostacoli da superare, credo che il panorama stia lentamente cambiando. Forse ci vorrà del tempo, ma nuove generazioni di fotografi stanno portando la fotografia in direzioni diverse, e penso che anche il mercato piano piano seguirà.

      In ogni caso, il tuo punto di vista è stato davvero prezioso e stimolante. Sono convinto che, a prescindere dalle difficoltà, chi crede davvero nel proprio lavoro riuscirà a trovare una via per emergere, magari anche in modo non convenzionale. Le cose stanno cambiando, anche se lentamente.

      Grazie ancora per aver condiviso le tue riflessioni, sempre molto utili e fonte d’ispirazione!

      Un abbraccio,
      Leonardo

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